Ogni tra­di­zio­ne misti­ca ha uno o più modi per tra­sfor­ma­re l’e­ner­gia emo­ti­va in atten­zio­ne. Il meto­do più comu­ne è la devo­zio­ne, che gio­ca un ruo­lo cen­tra­le in tra­di­zio­ni diver­se come cri­stia­ne­si­mo, indui­smo, islam, bud­di­smo del­la ter­ra pura e bud­di­smo vaj­ra­ya­na. In mol­te del­le tra­di­zio­ni The­ra­va­da del sud-est asia­ti­co, la gen­ti­lez­za amo­re­vo­le vie­ne uti­liz­za­ta per gene­ra­re l’e­ner­gia emo­ti­va neces­sa­ria per ali­men­ta­re l’at­ten­zio­ne. Allo stes­so modo, in mol­te del­le tra­di­zio­ni Maha­ya­na , la com­pas­sio­ne è l’e­mo­zio­ne del­la scel­ta.

Maha­ya­na
Una del­le due prin­ci­pa­li tra­di­zio­ni del bud­di­smo, ora pra­ti­ca­ta in una varie­tà di for­me soprat­tut­to in Cina, Tibet, Giap­po­ne e Corea. È emer­so intor­no al I seco­lo d.C. Tipi­ca­men­te si occu­pa del­la pra­ti­ca spi­ri­tua­le orien­ta­ta ver­so l’al­tro, incar­na­ta nel­l’i­dea­le del bod­hi­satt­va.

Nel­la pra­ti­ca Maha­ya­na, la com­pas­sio­ne è sia una pra­ti­ca che un risul­ta­to. La com­pas­sio­ne vie­ne uti­liz­za­ta per tra­sfor­ma­re la reat­ti­vi­tà emo­ti­va in atten­zio­ne, e quel­l’at­ten­zio­ne a sua vol­ta vie­ne uti­liz­za­ta per risve­glia­re la natu­ra del­la men­te: il vuo­to. Ma poi quel­lo stes­so vuo­to diven­ta la base per un diver­so tipo di com­pas­sio­ne. Que­sto intrec­cio di vuo­to e com­pas­sio­ne è espres­so nel­la paro­la san­scri­ta bod­hi­cit­ta, per la qua­le una tra­du­zio­ne ingle­se accet­ta­ta e ampia­men­te uti­liz­za­ta è “risve­glio men­ta­le”.

Il ruo­lo del­la com­pas­sio­ne nel­la pra­ti­ca Maha­ya­na ha por­ta­to a più di pochi malin­te­si nel mon­do di oggi. In mol­te tra­di­zio­ni la com­pas­sio­ne è il tram­po­li­no di lan­cio ver­so bod­hi­cit­ta (men­te che si risve­glia), il tema cen­tra­le del Maha­ya­na. Mol­te per­so­ne con­si­de­ra­no bod­hi­cit­ta sem­pli­ce­men­te una for­ma di altrui­smo. (È que­sto, ma anche mol­to di più). Altri sono del­l’o­pi­nio­ne che la pra­ti­ca del­la com­pas­sio­ne riguar­di prin­ci­pal­men­te il fare del bene nel mon­do e che l’e­ti­ca di bod­hi­cit­ta richie­da il coin­vol­gi­men­to con que­stio­ni socia­li o ambien­ta­li e il pro­gres­so di spe­ci­fi­che agen­de cul­tu­ra­li, com­pre­se le poli­ti­che del­l’i­den­ti­tà, la diver­si­tà e le que­stio­ni cor­re­la­te.

Que­sto orien­ta­men­to socia­le e poli­ti­co è mol­to in con­tra­sto con la for­ma­zio­ne nel­la tra­di­zio­ne tibe­ta­na. Nes­su­no degli inse­gna­men­ti ha mai pre­sen­ta­to bod­hi­cit­ta come un meto­do o una base per l’a­zio­ne socia­le, per non par­la­re del­la dife­sa poli­ti­ca. Al con­tra­rio; lo han­no pre­sen­ta­to come un modo per uti­liz­za­re tut­to ciò che incon­tria­mo nel­la vita per appro­fon­di­re o miglio­ra­re la nostra espe­rien­za di risve­glio. Il risve­glio che han­no inse­gna­to ha por­ta­to a una rela­zio­ne essen­zial­men­te misti­ca con la vita – un modo di spe­ri­men­ta­re la vita diret­ta­men­te, non media­to dal­la men­te con­cet­tua­le, uno sti­le di vita basa­to sul­l’u­nio­ne di com­pas­sio­ne e vuo­to. Quel­lo che si face­va real­men­te del­la pro­pria vita era lascia­to aper­ta­men­te libe­ro.

Se la com­pas­sio­ne è il desi­de­rio che gli altri non sof­fra­no, un approc­cio, cer­ta­men­te, è quel­lo di affron­ta­re i biso­gni mate­ria­li ed emo­ti­vi: lot­ta con la pover­tà, la fame, la malat­tia e la pau­ra in tut­te le loro innu­me­re­vo­li com­bi­na­zio­ni, così come i mol­ti modi in cui le per­so­ne sono trat­ta­te come meno che uma­ne. Que­sta for­ma di com­pas­sio­ne cer­ca di alle­via­re la sof­fe­ren­za ed il dolo­re il più pos­si­bi­le e si espri­me nel­la socie­tà come gen­ti­lez­za, cura e giu­sti­zia.

Por­ta­re una vera fine alla sof­fe­ren­za è tut­ta un’al­tra cosa. La sof­fe­ren­za ter­mi­na solo quan­do una per­so­na è così in con­tat­to con la vita da esse­re com­ple­ta­men­te in pace, indi­pen­den­te­men­te dal­le cir­co­stan­ze fisi­che o emo­ti­ve. Il desi­de­rio di aiu­ta­re gli altri a tro­va­re quel tipo di pace è una for­ma di com­pas­sio­ne mol­to diver­sa.

Bod­hi­cit­ta si evol­ve da que­sto secon­do tipo di com­pas­sio­ne. Bod­hi­cit­ta, in quan­to men­te che si risve­glia, è l’in­ten­zio­ne di risve­gliar­si alla vita per aiu­ta­re gli altri a risve­gliar­si alla vita. Non è sem­pli­ce­men­te una emo­zio­ne od un sen­ti­men­to. Ha una dimen­sio­ne ver­ti­ca­le che cor­re ad ango­lo ret­to rispet­to al nostro con­di­zio­na­men­to socia­le ed abbrac­cia un sape­re, un vede­re, nel­la natu­ra del­l’e­spe­rien­za stes­sa. Può nasce­re dal­la com­pas­sio­ne che cer­ca di alle­via­re la sof­fe­ren­za, ma è qua­li­ta­ti­va­men­te diver­so.

Bod­hi­cit­ta per­mea ogni aspet­to del­l’in­se­gna­men­to e del­la pra­ti­ca Maha­ya­na. In gene­ra­le, è una qua­li­tà (mol­ti potreb­be­ro dire che è la qua­li­tà) che ci spin­ge nel­la dire­zio­ne del risve­glio. Ma cos’è?

Per alcu­ni inse­gnan­ti bod­hi­cit­ta è un’in­ten­zio­ne. Il mae­stro india­no del IV seco­lo Asan­ga con­si­de­ra­va l’in­ten­zio­ne di sve­gliar­si per libe­ra­re tut­ti gli esse­ri dal sam­sa­ra. Ecco, sam­sa­ra indi­ca il modo in cui spe­ri­men­tia­mo la vita quan­do sia­mo con­fu­si dal­le rea­zio­ni emo­ti­ve e acce­ca­ti dal­la man­can­za di com­pren­sio­ne espe­rien­zia­le di ciò che sia­mo. Per altri inse­gnan­ti, come il mona­co stu­dio­so del­l’­VIII seco­lo Shan­ti­de­va, è prin­ci­pal­men­te un impe­gno ad impe­gnar­si nel­la pra­ti­ca del risve­glio, che è atti­va­men­te moti­va­to dal desi­de­rio di aiu­ta­re gli altri ad esse­re libe­ri. Per altri anco­ra, è l’e­spe­rien­za del risve­glio stes­so – quei momen­ti in cui spe­ri­men­tia­mo un’u­ni­tà di com­pas­sio­ne e vuo­to che va oltre ogni com­pren­sio­ne con­cet­tua­le. In tali momen­ti, la reat­ti­vi­tà emo­ti­va e l’i­gno­ran­za abban­do­na­no la loro pre­sa su di noi e il nostro rap­por­to con la vita cam­bia radi­cal­men­te e irre­vo­ca­bil­men­te.

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Bod­hi­cit­ta è sta­ta ogget­to di mol­ti tomi gran­di e pesan­ti. I Quat­tro Gran­di Voti nel­la tra­di­zio­ne Zen for­ni­sco­no un’ar­ti­co­la­zio­ne mera­vi­glio­sa­men­te suc­cin­ta, prag­ma­ti­ca e pro­fon­da di bod­hi­cit­ta:

Gli esse­ri sono innu­me­re­vo­li: pos­so libe­rar­li tut­ti.
Le rea­zio­ni sono infi­ni­te: pos­so rila­sciar­le tut­te.
Le por­te per spe­ri­men­ta­re sono infi­ni­te: pos­so entra­re in tut­te.
I modi di risve­glio sono illi­mi­ta­ti: pos­so cono­scer­li tut­ti.

Il pri­mo dei quat­tro voti dice che gli esse­ri sono innu­me­re­vo­li: pos­so libe­rar­li tut­ti. Par­la di un sin­ce­ro desi­de­rio che gli altri non sof­fra­no. Nel­la pra­ti­ca di bod­hi­cit­ta, col­ti­via­mo atti­va­men­te il desi­de­rio che gli altri sia­no libe­ri dal dolo­re e dal­la lot­ta. Come esem­pio di tale desi­de­rio, si con­si­de­ri il mae­stro tibe­ta­no del XIX seco­lo Jam­gon Kong­trul il Gran­de. Lo stes­so Kong­trul era una per­so­na straor­di­na­ria­men­te umi­le che ha dedi­ca­to la sua vita alla pra­ti­ca e all’in­se­gna­men­to. Tut­ta­via, era così alta­men­te con­si­de­ra­to che nel­la tra­di­zio­ne del­la rein­car­na­zio­ne del bud­di­smo tibe­ta­no era con­si­de­ra­to un bod­hi­satt­va che sareb­be diven­ta­to il mil­le­si­mo Bud­d­ha di que­sta epo­ca (si dice che Bud­d­ha Sha­kya­mu­ni sia il quar­to). La leg­gen­da vuo­le che l’in­ten­zio­ne del mil­le­si­mo Bud­d­ha sia di fare per gli esse­ri sen­zien­ti tan­to quan­to han­no fat­to tut­ti i pre­ce­den­ti 999 Bud­d­ha. Que­sto è un gran­de desi­de­rio! Il suo perio­do di tem­po da solo sba­lor­di­sce l’im­ma­gi­na­zio­ne.

Potre­sti fer­mar­ti qui e dedi­ca­re alcu­ni istan­ti a for­mu­la­re un desi­de­rio simi­le. Ren­di­lo gran­de, dav­ve­ro gran­de. Ren­di­lo più gran­de di quan­to tu pos­sa imma­gi­na­re, quin­di spin­gi­lo un po ‘oltre. Non pre­oc­cu­par­ti se è pra­ti­co o addi­rit­tu­ra pos­si­bi­le. Quan­do lo hai, tie­ni­lo nel tuo cuo­re per alcu­ni minu­ti. Se spe­ri­men­ta­te un cam­bia­men­to, ripo­sa­te­vi lì per qual­che minu­to e con­si­de­ra­te come sareb­be vive­re la vostra vita da quel cam­bia­men­to. Dal pun­to di vista del­la pra­ti­ca del­la bod­hi­cit­ta, quel cam­bia­men­to è tut­to.

Sco­pria­mo pre­sto che aiu­ta­re gli altri a tro­va­re la pace in se stes­si è tut­t’al­tro che faci­le. Sco­pria­mo rapi­da­men­te che, lun­gi dal­l’es­se­re in gra­do di aiu­ta­re gli altri, sia­mo rin­chiu­si nei nostri mon­di di rea­zio­ni emo­ti­ve: gli infer­ni infuo­ca­ti e le geli­de diste­se di rab­bia e odio, i deser­ti ari­di del­l’a­vi­di­tà dove nien­te è mai abba­stan­za, l’in­fi­ni­ta cor­sa al suc­ces­so di invi­dia e con­cor­ren­za, e così via. Tut­ta la nostra vita con­si­ste nel pas­sa­re da uno di que­sti mon­di all’al­tro. Non impor­ta dove atter­ria­mo, non vedia­mo le cose chia­ra­men­te e non sia­mo in gra­do di for­ni­re alcun aiu­to signi­fi­ca­ti­vo agli altri. Quin­di il secon­do dei gran­di voti è che le rea­zio­ni sono infi­ni­te: pos­so rila­sciar­le tut­te.

Nel mon­do di oggi, dove sia­mo cre­sciu­ti nel mito che pos­sia­mo effet­ti­va­men­te con­trol­la­re le nostre vite e con­trol­la­re ciò che spe­ri­men­tia­mo, è impor­tan­te ricor­da­re che non pos­sia­mo e non rila­scia­mo effet­ti­va­men­te rea­zio­ni emo­ti­ve. Tut­to ciò che pos­sia­mo fare è crea­re le con­di­zio­ni in cui le rea­zio­ni emo­ti­ve si lascia­no anda­re da sole. Quel­le con­di­zio­ni sono una gene­ro­si­tà di spi­ri­to; quan­ta più one­stà con noi stes­si pos­sia­mo rac­co­glie­re; pazien­za per sop­por­ta­re la nostra stes­sa con­fu­sio­ne; sfor­zo costan­te e coe­ren­te; una capa­ci­tà di ripo­sa­re sul­l’at­ten­zio­ne sen­za distra­zio­ni; e una cono­scen­za che ci per­met­te di vede­re attra­ver­so la nostra stes­sa con­fu­sio­ne. Que­ste qua­li­tà sono cono­sciu­te negli inse­gna­men­ti Maha­ya­na come le sei per­fe­zio­ni: gene­ro­si­tà, eti­ca, pazien­za, dili­gen­za, sta­bi­li­tà medi­ta­ti­va e sag­gez­za. Crea­no le con­di­zio­ni che ci con­sen­to­no di spe­ri­men­ta­re rea­zio­ni emo­ti­ve con un’at­ten­zio­ne aper­ta sen­za soc­com­be­re, sop­pri­mer­le o con­trol­lar­le. Poi, come dico­no i testi, le rea­zio­ni emo­ti­ve sor­go­no e si pla­ca­no da sole, come nuvo­le nel cie­lo.

Se un bod­hi­satt­va doves­se pra­ti­ca­re la gene­ro­si­tà men­tre dipen­de anco­ra dal­la for­ma, sareb­be come qual­cu­no che cam­mi­na nel­l’o­scu­ri­tà. Lui o lei non vedrà nul­la. Ma quan­do un bod­hi­satt­va pra­ti­ca la gene­ro­si­tà sen­za dipen­de­re dal­la for­ma, è come qual­cu­no con una buo­na vista che cam­mi­na sot­to il sole splen­den­te – lui o lei può vede­re tut­te le for­me e i colo­ri. – Il Sutra del Dia­man­te

Qui bod­hi­cit­ta cam­bia da desi­de­rio a impe­gno: use­re­mo tut­to ciò che la vita ci riser­va per sve­gliar­ci. Pos­sia­mo impe­gnar­ci in un’a­zio­ne poli­ti­ca o socia­le se ci sen­tia­mo chia­ma­ti a far­lo, ma la nostra inten­zio­ne è leg­ger­men­te diver­sa. Usia­mo quel­le impo­sta­zio­ni o qua­lun­que sia la nostra situa­zio­ne nel­la vita per vede­re la nostra reat­ti­vi­tà emo­ti­va e lavo­rar­ci su come meglio pos­sia­mo. Il pun­to prin­ci­pa­le è che con l’im­pe­gno di bod­hi­cit­ta non abbia­mo più il lus­so di asse­con­da­re la nostra stes­sa con­fu­sio­ne e reat­ti­vi­tà.

Potre­sti nota­re che que­sto modo di affron­ta­re la vita non ren­de neces­sa­ria­men­te la vita miglio­re. Spes­so infat­ti ren­de le cose più dif­fi­ci­li, pro­prio per­ché non pos­sia­mo asse­con­da­re la nostra reat­ti­vi­tà. Non pos­sia­mo igno­ra­re o evi­ta­re il dolo­re e le lot­te degli altri, sia che l’al­tro sia un bur­be­ro com­mes­so di nego­zio, un capo dif­fi­ci­le o un sen­za­tet­to per stra­da. Potre­sti anche ini­zia­re ad apprez­za­re che bod­hi­cit­ta non è una sor­ta di super-altrui­smo o com­pas­sio­ne. Piut­to­sto, è una pra­ti­ca che cam­bia il modo in cui spe­ri­men­tia­mo la vita stes­sa. Le nozio­ni con­ven­zio­na­li di feli­ci­tà, gua­da­gno, fama e rispet­to ini­zia­no a per­de­re la loro pre­sa e arri­via­mo a con­si­de­ra­re la pace, l’e­qua­ni­mi­tà e la com­pas­sio­ne come qua­li­tà per cui vale la pena lot­ta­re a pie­no tito­lo.

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Man­te­nia­mo il nostro impe­gno al risve­glio non facen­do del bene, ma usan­do tut­to ciò che acca­de nel­la nostra vita per sve­gliar­ci. Per far­lo, dob­bia­mo lascia­re anda­re le nostre rea­zio­ni emo­ti­ve, anco­ra e anco­ra e anco­ra. Ogni rea­zio­ne che si lascia anda­re apre una por­ta a un modo diver­so di vive­re la vita, e que­sto ci por­ta al ter­zo voto: le por­te per spe­ri­men­ta­re sono infi­ni­te: pos­so entra­re in tut­te .

Que­sta riga in giap­po­ne­se con­tie­ne un dop­pio sen­so dif­fi­ci­le da tra­dur­re in ita­lia­no. La fra­se “por­te per spe­ri­men­ta­re” signi­fi­ca anche “por­te per il dhar­ma”, poi­ché la paro­la dhar­ma signi­fi­ca sia ciò che sor­ge nel­l’e­spe­rien­za che nel­l’in­se­gna­men­to spi­ri­tua­le.

Un esem­pio di una di que­ste por­te si tro­va all’i­ni­zio del Sutra del Dia­man­te. Il Bud­d­ha tor­na dai suoi giri quo­ti­dia­ni chie­den­do cibo nel­la cit­tà di Shra­va­sti. Si sie­de e pren­de il suo pasto. Quin­di met­te via la sua cio­to­la e pie­ga le sue vesti. Sub­hu­ti è così inti­mo­ri­to dal­la natu­ra­lez­za di que­ste sem­pli­ci azio­ni che è spin­to a chie­de­re al Bud­d­ha: “Come si sie­de un bod­hi­satt­va? Come agi­sce un bod­hi­satt­va? Come fa un bod­hi­satt­va a pren­de­re pos­ses­so del­la men­te? ”

Il Bud­d­ha ini­zia la sua rispo­sta con l’ul­ti­ma doman­da. Nel ter­zo capi­to­lo del Sutra del dia­man­te egli dice, essen­zial­men­te: “Per affer­ra­re la men­te, un bod­hi­satt­va pone l’in­ten­zio­ne di con­dur­re ogni esse­re nel nir­va­na, ovun­que si tro­vi, comun­que sia venu­to in que­sto mon­do, per quan­to mon­da­no o tra­scen­den­te il suo Espe­rien­za. E così facen­do, il bod­hi­satt­va sa che nes­sun esse­re vie­ne libe­ra­to “.

La pri­ma vol­ta che ho les­si que­sto pas­sag­gio, tut­to si fer­mò. I pen­sie­ri sva­ni­ro­no. La mia men­te era com­ple­ta­men­te luci­da ed allo stes­so tem­po non c’e­ra nien­te. “Oh”, mi sono det­to, “è così che pren­di pos­ses­so del­la men­te!” Mol­ti dei sutra devo­no esse­re let­ti in que­sto modo, non come inse­gna­men­ti filo­so­fi­ci ma come sti­mo­li di espe­rien­ze spe­ci­fi­che.

Come mai nes­sun esse­re vie­ne libe­ra­to? Come pro­se­gue il Bud­d­ha nel sutra, nes­sun esse­re è libe­ra­to per­ché nel momen­to in cui si affer­ra la men­te, non c’è per­ce­zio­ne di un altro, nes­su­na per­ce­zio­ne di un esse­re, un’a­ni­ma, una vita o una per­so­na.

Quan­do acca­de qual­co­sa del gene­re, cadia­mo in ginoc­chio in sog­ge­zio­ne al fat­to un’e­spe­rien­za del gene­re sia uma­na­men­te pos­si­bi­le. Non ave­va­mo idea di esse­re in gra­do di pro­va­re una tale cura e com­pas­sio­ne di vasta por­ta­ta men­tre spe­ri­men­ta­va­mo una tale pro­fon­di­tà di pace e pre­sen­za. La magni­fi­ca ope­ra di Shan­ti­de­va, La Via del Bod­hi­satt­va, è nata dal­lo stu­po­re e dal­la sog­ge­zio­ne che ha pro­va­to quan­do ha sco­per­to que­sta pos­si­bi­li­tà. Que­sta è bod­hi­cit­ta, o men­te che si risve­glia. Non c’è da stu­pir­si, quin­di, se sen­tia­mo di aver sco­per­to qual­co­sa di così pro­fo­m­do, ed in ulti­ma ana­li­si così asso­lu­ta­men­te vero.

È pro­prio lì che nasce la nozio­ne di veri­tà ulti­ma o asso­lu­ta. Il ter­mi­ne “veri­tà asso­lu­ta” non si rife­ri­sce a una veri­tà nel sen­so di veri­tà filo­so­fi­ca, mate­ma­ti­ca o scien­ti­fi­ca. È la veri­tà più nel sen­so di una poe­sia che suo­na vera o di una spa­da che taglia vera­men­te. È espe­rien­zial­men­te vero in un modo che va drit­to al cen­tro del nostro esse­re e oltre. Al con­tra­rio, tut­to il resto sem­bra super­fi­cia­le, fuor­vian­te e bana­le, ed è visto come “veri­tà rela­ti­va”. In bre­ve, le due veri­tà del bud­di­smo Maha­ya­na non sono veri­tà in quan­to tali, ma descri­zio­ni di come spe­ri­men­tia­mo la vita quan­do la men­te con­cet­tua­le lascia anda­re.

Pos­sia­mo usa­re il nostro impe­gno nei con­fron­ti di bod­hi­cit­ta per sod­di­sfa­re qual­sia­si rea­zio­ne emo­ti­va, aprir­ci ad essa, vede­re di cosa si trat­ta e lascia­re che si libe­ri da sola. Quan­do ese­guia­mo que­sti pas­sag­gi, di soli­to spe­ri­men­tia­mo un cam­bia­men­to. Que­sto cam­bia­men­to è un assag­gio di un modo diver­so di vive­re la vita, un modo che non dipen­de dal­la men­te con­cet­tua­le, un modo in cui le paro­le, i pen­sie­ri e le rea­zio­ni emo­ti­ve non han­no pre­sa. Bod­hi­cit­ta qui non è un desi­de­rio. Né è un impe­gno con­ti­nuo. È un’e­spe­rien­za di risve­glio. In ogni scor­cio di bod­hi­cit­ta, rico­no­sci imme­dia­ta­men­te i due temi del bud­di­smo Maha­ya­na, il vuo­to e la com­pas­sio­ne. Da un lato, quan­do la men­te si fer­ma, non c’è nien­te lì, solo la pace del­la vuo­ta chia­rez­za.

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Ora pas­sia­mo al regno del quar­to voto: i modi di risve­glio sono illi­mi­ta­ti: pos­so cono­scer­li tut­ti. Men­tre attra­ver­sia­mo que­ste por­te anco­ra e anco­ra, i nostri sfor­zi aumen­ta­no lo slan­cio. L’i­ne­spri­mi­bi­le pace e liber­tà che spe­ri­men­tia­mo quan­do le rea­zio­ni emo­ti­ve lascia­te anda­re ini­zia­no a per­va­de­re la nostra vita. Pro­ba­bil­men­te la descri­zio­ne più elo­quen­te di bod­hi­cit­ta a que­sto livel­lo si tro­va nel­l’im­por­tan­te ope­ra di Lon­g­chen­pa, The Basic Spa­ce of Phe­no­me­na. In que­sto lavo­ro dav­ve­ro epi­co, Lon­g­chen­pa vede il risve­glio del­la men­te come base del­la vita:

Il risve­glio del­la men­te è la base di tut­ta l’e­spe­rien­za.
Non ha restri­zio­ni, sor­ge come qual­sia­si cosa.
La sua natu­ra­le chia­rez­za risplen­de nel­la vasti­tà del­la pura espe­rien­za:
nien­te da iden­ti­fi­ca­re, è solo il modo in cui la con­sa­pe­vo­lez­za sen­za vin­co­li si tra­spor­ta.

Lon­g­chen­pa pre­sen­ta la men­te del risve­glio come il costan­te dispie­gar­si del­la con­sa­pe­vo­lez­za o del­l’e­spe­rien­za in una vasti­tà incon­ce­pi­bi­le che può esse­re descrit­ta solo come vuo­ta chia­rez­za sen­za restri­zio­ni. Que­sta è una cono­scen­za pro­fon­da­men­te misti­ca, ed a que­sto pun­to non è rima­sto pra­ti­ca­men­te nul­la di noi. Sia­mo libe­ri. Ma che for­ma assu­me que­sta liber­tà?

Abbia­mo tut­ta la liber­tà del sole: irra­dia­mo luce e calo­re nel mon­do sen­za pen­sa­re a chi meri­ta di esse­re nutri­to e chi no. Abbia­mo tut­ta la liber­tà del­la piog­gia: for­nia­mo l’u­mi­di­tà del­la com­pren­sio­ne e tut­ti ne par­te­ci­pa­no, indi­pen­den­te­men­te da come vivo­no le loro vite. Abbia­mo tut­ta la liber­tà del ven­to, incon­trol­la­to ed incon­trol­la­bi­le, che toc­ca ogni for­ma di vita con il sof­fio stes­so del­la vita. Abbia­mo tut­ta la liber­tà del­la ter­ra: for­nia­mo soste­gno e nutri­men­to a tut­ti colo­ro che vivo­no e respi­ra­no nel mon­do sen­za alcu­na voce in capi­to­lo su ciò che fan­no del­la loro vita. Tali pen­sie­ri non sor­go­no mai. Inve­ce, sia­mo com­ple­ta­men­te e total­men­te in pace ed allo stes­so tem­po rispon­dia­mo in modo natu­ra­le e spon­ta­neo ai dolo­ri del mon­do ed ai biso­gni degli altri.

TRE TIPI DI BODHICITTA
La com­pas­sio­ne, il desi­de­rio che gli altri non sof­fra­no, nasce in modi diver­si. Uno è la sen­sa­zio­ne sem­pli­ce e diret­ta che vie­ne abba­stan­za natu­ra­le quan­do vedia­mo gli altri in dif­fi­col­tà. Voglia­mo solo che sia­no in pace. Un secon­do è quan­do sia­mo venu­ti a pat­ti con un aspet­to del­la vita che tut­ti tro­va­no dif­fi­ci­le: l’in­vec­chia­men­to e la mor­ta­li­tà, per esem­pio. Nel veni­re a pat­ti con la nostra mor­ta­li­tà, vedia­mo che sia­mo tut­ti sul­la stes­sa bar­ca, per così dire, e, di nuo­vo, pro­via­mo natu­ral­men­te com­pas­sio­ne per gli altri che lot­ta­no con lo stes­so pro­ble­ma. La com­pas­sio­ne sor­ge anco­ra in un ter­zo modo quan­do arri­via­mo a sape­re in modo espe­rien­zia­le che il sen­so di “io” che ci sta tan­to a cuo­re è sem­pli­ce­men­te un movi­men­to del­la men­te – non c’è dav­ve­ro nien­te lì. Allo­ra vedia­mo che gli altri non sono diver­si da noi e le loro lot­te non sono diver­se dal­le nostre.

Nel bud­di­smo india­no clas­si­co, il pri­mo modo, il desi­de­rio diret­to, por­ta alla bod­hi­cit­ta come un re o una regi­na. È un desi­de­rio di aiu­ta­re gli altri, un desi­de­rio che rea­liz­zia­mo attra­ver­so il pote­re del­la nostra vir­tù e com­pren­sio­ne. La com­pren­sio­ne e l’ac­cet­ta­zio­ne del­la mor­ta­li­tà dà ori­gi­ne a bod­hi­cit­ta simi­le ad un bar­ca­io­lo, aiu­tan­do gli altri ad accet­ta­re que­sta espe­rien­za che chia­mia­mo vita così com’è e ad esse­re libe­ri ed in pace con essa. Il ter­zo tipo di com­pas­sio­ne, la cono­scen­za diret­ta del non sé, dà ori­gi­ne a bod­hi­cit­ta simi­le ad un pasto­re. Qui non c’è para­go­ne, nem­me­no la pre­sun­zio­ne di ugua­glian­za – solo l’in­ten­zio­ne di gui­da­re gli altri come meglio pos­sia­mo alla pace ed alla com­pren­sio­ne del­la liber­tà, con poca o nes­su­na pre­oc­cu­pa­zio­ne per noi stes­si.

Com­pren­di che ci sono tre tipi di per­so­ne a
cau­sa del­le loro capa­ci­tà pic­co­le, medie e supre­me.
Scri­ve­rò distin­guen­do chia­ra­men­te le
loro carat­te­ri­sti­che indi­vi­dua­li.
Sap­pi che colo­ro che con qual­sia­si mez­zo
cer­ca­no se stes­si non più
dei pia­ce­ri del­l’e­si­sten­za cicli­ca
sono per­so­ne di capa­ci­tà mini­me.
Si dice che colo­ro che cer­ca­no la pace solo per se stes­si,
allon­ta­nan­do­si dai pia­ce­ri mon­da­ni
ed evi­tan­do azio­ni distrut­ti­ve
abbia­no capa­ci­tà medie.
Colo­ro che, attra­ver­so la loro sof­fe­ren­za per­so­na­le,
voglio­no vera­men­te por­re fine com­ple­ta­men­te a
tut­ta la sof­fe­ren­za degli altri
sono per­so­ne di capa­ci­tà supre­ma.

Da Atisha’s Lamp for the Path to Enlighten­ment, di Ati­sha Dipa­m­ka­ra con il com­men­to di Geshe Sonam Rin­chen, tra­dot­to da Ruth Sonam © 1997. Ati­sha Dipa­m­ka­ra (982‑1054 d.C.) era un mae­stro bud­di­sta ben­ga­le­se ed una figu­ra impor­tan­te nel­la dif­fu­sio­ne del bud­di­smo Maha­ya­na in Asia.