The­ra­va­da (pali: “Via degli anzia­ni”), o Stha­vi­ra­va­da (san­scri­to), emer­se come una del­le scuo­le hina­ya­na (san­scri­to: “vei­co­lo mino­re”), tra­di­zio­nal­men­te nume­ra­te in 18, del bud­di­smo pri­mi­ti­vo. I The­ra­va­din fan­no risa­li­re il loro lignag­gio alla scuo­la Stha­vi­ra­va­da, una del­le due scuo­le prin­ci­pa­li (la Maha­san­ghi­ka era l’al­tra) che pre­su­mi­bil­men­te si for­mò sul­la scia del Con­ci­lio di Vai­sha­li (ora nel­lo sta­to di Bihar) tenu­to cir­ca 100 anni dopo la mor­te del Bud­d­ha. Impie­gan­do il pali come lin­gua sacra, i The­ra­va­din con­ser­va­ro­no la loro ver­sio­ne del­l’in­se­gna­men­to del Bud­d­ha nel Tipi­ta­ka (“Tre cane­stri”).

Duran­te il regno del­l’im­pe­ra­to­re Asho­ka (3 ° seco­lo AC ), la scuo­la The­ra­va­da è sta­ta fon­da­ta nel Sri Lan­ka, dove è poi divi­so in tre sot­to­grup­pi, cono­sciu­ti qua­li rispet­ti­vi cen­tri mona­sti­ci. Il cosmo­po­li­ta Abha­ya­gi­ri­vi­ha­ra­va­si man­ten­ne rap­por­ti aper­ti con Maha­ya­na e suc­ces­si­va­men­te con i mona­ci Vaj­ra­ya­na e accol­se nuo­ve idee dal­l’In­dia. Il Maha­vi­ha­ra­va­si, con il qua­le il ter­zo grup­po, ilJe­ta­va­na­vi­ha­ra­va­si, era vaga­men­te asso­cia­to, fon­dò il pri­mo mona­ste­ro nel­lo Sri Lan­ka e con­ser­vò intat­ti gli inse­gna­men­ti The­ra­va­din ori­gi­na­li.

Il La scuo­la Maha­vi­ha­ra (“Gran­de Mona­ste­ro”) diven­ne domi­nan­te nel­lo Sri Lan­ka all’i­ni­zio del II mil­len­nio D.C. e gra­dual­men­te si dif­fu­se attra­ver­so il con­ti­nen­te nel sud-est asia­ti­co. Fu fon­da­ta in Myan­mar alla fine del­l’­XI seco­lo, in Thai­lan­dia nel XIII e all’i­ni­zio del XIV seco­lo e in Cam­bo­gia e Laos entro la fine del XIV seco­lo. Seb­be­ne Maha­vi­ha­ra non abbia mai sosti­tui­to com­ple­ta­men­te altre scuo­le nel sud-est asia­ti­co, rice­vet­te un favo­re spe­cia­le nel­la mag­gior par­te del­le cor­ti rea­li e, come risul­ta­to del soste­gno rice­vu­to dal­le éli­te loca­li, eser­ci­tò un’in­fluen­za reli­gio­sa e socia­le mol­to for­te.

Credenze, dottrine e pratiche

Cosmo­lo­gia
Come altri bud­di­sti, i The­ra­va­din cre­do­no che il nume­ro del cosmo sia infi­ni­to. Inol­tre, con­di­vi­do­no la visio­ne bud­d­hi­sta qua­si uni­ver­sa­le secon­do cui il cosmo abi­ta­to dal­l’u­ma­ni­tà, come tut­to il cosmo, ha tre pia­ni di esi­sten­za: il regno del desi­de­rio (Pali e Sanscrito:kama-loka), il più bas­so dei pia­ni; il regno del­la for­ma mate­ria­le (pali e sanscrito:rupa-loka), che è asso­cia­to a sta­ti medi­ta­ti­vi in ​​cui il desi­de­rio sen­sua­le è ridot­to al mini­mo; ed il regno del­l’im­ma­te­ria­li­tà o del­l’as­sen­za di for­ma (Pali e Sanscrito:arupa-loka), che è asso­cia­to a sta­ti medi­ta­ti­vi anco­ra più ele­va­ti.

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I tre pia­ni sono sud­di­vi­si in vari livel­li. Il regno del desi­de­rio è divi­so in cie­li, infer­ni e ter­ra. È abi­ta­to da colo­ro che sof­fro­no nei vari infer­ni: una spe­cie di fan­ta­smi erran­ti e affa­ma­ti (san­scri­to: pre­ta), ani­ma­li, esse­ri infer­na­li, esse­ri uma­ni, dei e un sesto grup­po che non è uni­ver­sal­men­te rico­no­sciu­to, gli asu­ra (san­scri­to: semi­dei). L’in­te­ro cosmo è rac­chiu­so da un gran­de muro di Chak­ka­va­la, un anel­lo di mon­ta­gne di fer­ro che fun­ge da con­te­ni­to­re per il regno del desi­de­rio. Il mon­te Meru, la gran­de mon­ta­gna cosmi­ca sor­mon­ta­ta dal cie­lo dei 33 dei su cui Indra (Sak­ka) pre­sie­de, è cir­con­da­to da un gran­de ocea­no dove le per­so­ne vivo­no in quat­tro con­ti­nen­ti insu­la­ri, ognu­no abi­ta­to da un diver­so tipo di esse­re uma­no. (Il con­ti­nen­te meri­dio­na­le, vaga­men­te cor­re­la­to con il sud e tal­vol­ta il sud-est asia­ti­co, è chia­ma­to Jam­bud­vi­pa.) L’a­spet­to mate­ria­le del regno del desi­de­rio è costi­tui­to da quat­tro ele­men­ti: ter­ra, acqua, fuo­co e aria, tenu­ti insie­me in varie com­bi­na­zio­ni.

In que­sto cosmo, come in tut­ti gli altri, il tem­po scor­re in cicli di gran­de dura­ta che com­por­ta­no un perio­do di invo­lu­zio­ne (distru­zio­ne del cosmo da par­te del fuo­co, acqua, aria), un perio­do di rifor­ma del­la strut­tu­ra cosmi­ca, una serie di cicli di decli­no e rin­no­va­men­to e, infi­ne, un altro perio­do di invo­lu­zio­ne da cui ripren­de il pro­ces­so. Cin­que bud­d­ha sono desti­na­ti ad appa­ri­re nel cosmo in cui vivo­no gli uma­ni, tra cui Gota­ma (san­scri­to: Gau­ta­ma), che sarà il quar­to, e Met­teyya (sanscrito:Maitreya ), che sarà il quin­to.

L’e­si­sten­za uma­na è uno sta­to pri­vi­le­gia­to, per­ché solo come esse­re uma­no un bod­hi­satt­va può diven­ta­re un bud­d­ha. Inol­tre, secon­do The­ra­va­da, gli esse­ri uma­ni pos­so­no sce­glie­re di fare buo­ne ope­re (che risul­te­ran­no in una buo­na rina­sci­ta) o cat­ti­ve ope­re (che si tra­dur­ran­no in una cat­ti­va rina­sci­ta); soprat­tut­to, han­no la capa­ci­tà di diven­ta­re san­ti per­fet­ti. Tut­te que­ste capa­ci­tà sono spie­ga­te in ter­mi­ni di una serie accu­ra­ta­men­te enu­me­ra­ta di dham­ma (san­scri­to: dhar­ma), l’e­si­sten­za imper­ma­nen­te degli ele­men­ti. In con­ti­nuo movi­men­to, que­sti sta­ti mute­vo­li appa­io­no, invec­chia­no e scom­pa­io­no.

Classificazione di dhamma

I Dham­ma sono divi­si e sud­di­vi­si in mol­ti grup­pi. Quel­li essen­zia­li per l’e­si­sten­za psi­co­fi­si­ca sono le 5 com­po­nen­ti (Sanscrito:skandha; Pali: khan­d­has), le 12 basi (Pali e Sanscrito:ayatanas) ed i 18 ele­men­ti sen­so­ria­li (Pali e Sanscrito:dhatus). I 5 skan­d­ha sono­ru­pa (Pali e San­scri­to), mate­ria­li­tà o forma;vedana, sen­sa­zio­ni di pia­ce­re o dolo­re o assen­za di entrambi;sanna(Pali), per­ce­zio­ne cogni­ti­va ;san­kha­ra (Pali e San­scri­to), le for­ze che con­di­zio­na­no l’at­ti­vi­tà psi­chi­ca di un indi­vi­duo; e vin­na­na (sanscrito:vijnana), coscien­za. I 12 aya­ta­na com­pren­do­no i cin­que orga­ni di sen­so (occhi, orec­chie, naso, lin­gua e cor­po) e la men­te (manas), così come i cin­que cam­pi sen­so­ria­li cor­re­la­ti (vista, suo­ni, odo­ri, sapo­ri e tan­gi­bi­li) e gli ogget­ti del­la cogni­zio­ne, cioè gli ogget­ti che si riflet­to­no nel­la per­ce­zio­ne men­ta­le. I 18 ele­men­ti, o dha­tus, inclu­do­no i cin­que orga­ni di sen­so ed il mano-dha­tu (Pali e San­scri­to: “ele­men­to men­te”), i loro sei ogget­ti cor­re­la­ti e le coscien­ze (Pali: vin­na­na) degli orga­ni di sen­so e manas.

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Il siste­ma The­ra­va­da dei dham­ma (Pali) non è solo un’a­na­li­si del­la real­tà empi­ri­ca, ma una deli­nea­zio­ne del­le com­po­nen­ti psi­co­so­ma­ti­che del­la per­so­na­li­tà uma­na. Inol­tre, i The­ra­va­din cre­do­no che una con­sa­pe­vo­lez­za del­l’in­ter­re­la­zio­ne e del fun­zio­na­men­to di que­ste com­po­nen­ti, così come la capa­ci­tà di mani­po­lar­le, sia neces­sa­ria affin­ché un indi­vi­duo rag­giun­ga lo sta­to esal­ta­to di un arhat (Pali: ara­hant , “degno”). Attra­ver­so la clas­si­fi­ca­zio­ne dei dham­ma, una per­so­na è defi­ni­ta come un aggre­ga­to di mol­ti ele­men­ti inter­re­la­ti gover­na­ti dal­la leg­ge del kar­ma, quin­di desti­na­ti a subi­re con­se­guen­ze buo­ne o cat­ti­ve. Tut­to ciò pre­sup­po­ne che non ci sia eter­noen­ti­tà meta­fi­si­ca come un “io” o atman (Pali: attan), ma che esi­ste un aggre­ga­to psi­co­so­ma­ti­co situa­to nel tem­po. Que­sto aggre­ga­to ha liber­tà di scel­ta e può com­pie­re atti che pos­so­no gene­ra­re con­se­guen­ze.

Tali clas­si­fi­ca­zio­ni non sono pura­men­te dot­tri­na­li, ma inten­do­no anche gui­da­re colo­ro che cer­ca­no di segui­re gli inse­gna­men­ti del Bud­d­ha e di supe­ra­re il ciclo del­le rina­sci­te. Ulte­rio­ri indi­ca­zio­ni si tro­va­no nei set­te fat­to­ri diil­lu­mi­na­zio­ne : chia­ra memo­ria, ener­gia, sim­pa­tia, tran­quil­li­tà, impar­zia­li­tà, l’e­sat­ta inda­gi­ne sul­la natu­ra del­le cose e una dispo­si­zio­ne alla con­cen­tra­zio­ne. Inol­tre, “quat­tro sta­ti subli­mi ” – amo­re per tut­te le crea­tu­re viven­ti, com­pas­sio­ne, gio­ia per ciò che è buo­no o ben fat­to e, anco­ra, impar­zia­li­tà – for­ni­sco­no le con­di­zio­ni neces­sa­rie per la libe­ra­zio­ne dal kar­ma e sam­sa­ra (il ciclo per­pe­tuo di mor­te e rina­sci­ta).

Meditazione

Due for­me base di medi­ta­zio­ne (Pali: jha­na ; Sanscrito:dhyana) sono sta­ti pra­ti­ca­ti nel­la tra­di­zio­ne The­ra­va­da. Stret­ta­men­te cor­re­la­to a una tra­di­zio­ne indù del­lo yoga, il pri­mo di que­sti com­por­ta un pro­ces­so di puri­fi­ca­zio­ne mora­le e intel­let­tua­le. Ini­zial­men­te, il medi­ta­to­re The­ra­va­din cer­ca di otte­ne­re il distac­co dai desi­de­ri sen­sua­li e dagli sta­ti men­ta­li impu­ri attra­ver­so la rifles­sio­ne e di entra­re in uno sta­to di sod­di­sfa­zio­ne e gio­ia. Nel­la secon­da fase di que­sta for­ma di medi­ta­zio­ne, l’at­ti­vi­tà intel­let­tua­le lascia il posto ad una com­ple­ta sere­ni­tà inte­rio­re; la men­te è in uno sta­to di “con­cen­tra­zio­ne”, gio­ia e pia­ce­vo­lez­za. Nel­la ter­za fase, ogni emo­zio­ne, inclu­sa la gio­ia, è scom­par­sa ed il medi­tan­te è lascia­to indif­fe­ren­te a tut­to. Nel­la quar­ta fase, la sod­di­sfa­zio­ne, qual­sia­si incli­na­zio­ne a uno sta­to men­ta­le buo­no o cat­ti­vo, dolo­re e sere­ni­tà ven­go­no lascia­ti indie­tro e il medi­tan­te entra in uno sta­to di supre­ma purez­za, indif­fe­ren­za e pura coscien­za.

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Secon­do la cre­den­za The­ra­va­da, a que­sto pun­to il medi­tan­te ini­zia la ricer­ca del sama­pat­ti (le con­qui­ste jha­ni­che supe­rio­ri). Al di là di ogni con­sa­pe­vo­lez­za del­la for­ma, riti­ra­ta dal­l’in­fluen­za del­la per­ce­zio­ne, spe­cial­men­te dal­la per­ce­zio­ne del­la plu­ra­li­tà, il medi­tan­te si con­cen­tra e ripo­sa nel­lo spa­zio infi­ni­to. Tra­scen­den­do que­sto sta­dio, il medi­tan­te si con­cen­tra sul­l’il­li­mi­ta­tez­za del­la coscien­za e la rag­giun­ge. Pro­ce­den­do anco­ra oltre con­cen­tran­do­si sul­l’i­ne­si­sten­za di tut­to, il medi­tan­te rag­giun­ge uno sta­to di nul­la. Infi­ne, il medi­tan­te rag­giun­ge il più alto livel­lo di rea­liz­za­zio­ne, in cui non c’è né per­ce­zio­ne né non per­ce­zio­ne.

La secon­da for­ma di medi­ta­zio­ne The­ra­va­da vie­ne chia­ma­ta vipas­sa­na (Pali: “visio­ne inte­rio­re” o “medi­ta­zio­ne di insight”). Que­sta pra­ti­ca richie­de un’in­ten­sa con­cen­tra­zio­ne, che si pen­sa con­du­ca ad una con­cen­tra­zio­ne del­la men­te che con­sen­te al medi­tan­te di otte­ne­re una visio­ne pro­fon­da del­la veri­tà sal­vi­fi­ca che tut­ta la real­tà è imper­ma­nen­te, per­mea­ta dal­la sof­fe­ren­za e pri­va di sé. Que­sta intui­zio­ne, dal pun­to di vista bud­di­sta, con­sen­te al medi­tan­te di pro­gre­di­re ver­so il rag­giun­gi­men­to del nir­va­na stes­so.

Nei testi The­ra­va­da sono con­si­glia­te le for­me di medi­ta­zio­ne sia jha­ni­ca che vipas­sa­na, spes­so com­bi­na­te in vari modi. Nel 20 ° seco­lo, c’è sta­ta una cre­scen­te enfa­si sul­le pra­ti­che vipas­sa­na ed i movi­men­ti di medi­ta­zio­ne vipas­sa­na sono diven­ta­ti estre­ma­men­te impor­tan­ti in Asia e tra i grup­pi bud­di­sti in Occi­den­te.