“Bud­d­ha” signi­fi­ca “colui che è sve­glio”. Il Bud­d­ha che vis­se 2.600 anni fa non era un dio. Era una per­so­na nor­ma­le, di nome Sid­d­har­tha Gau­ta­ma, le cui pro­fon­de intui­zio­ni han­no ispi­ra­to il mon­do.

Chi era Buddha?

Bud­d­ha non è un nome, ma un tito­lo. È una paro­la san­scri­ta che signi­fi­ca “una per­so­na che è sve­glia”. Che un bud­d­ha è sve­glio per è la vera natu­ra del­la real­tà.

In poche paro­le, il bud­di­smo inse­gna che tut­ti vivia­mo in una neb­bia di illu­sio­ni crea­te da per­ce­zio­ni erra­te e “impu­ri­tà” – odio, avi­di­tà, igno­ran­za. Un bud­d­ha è colui che vie­ne libe­ra­to dal­la neb­bia. Si dice che quan­do un bud­d­ha muo­re non rina­sce ma pas­sa nel­la pace del Nir­va­na, che non è un “para­di­so” ma uno sta­to di esi­sten­za tra­sfor­ma­to.

Il più del­le vol­te, quan­do qual­cu­no dice il Bud­d­ha, è in rife­ri­men­to alla per­so­na sto­ri­ca che ha fon­da­to il bud­di­smo. Que­sto era un uomo ori­gi­na­ria­men­te chia­ma­to Sid­d­har­tha Gau­ta­ma che vive­va in quel­le che ora sono l’In­dia set­ten­trio­na­le e il Nepal cir­ca ven­ti­cin­que seco­li fa.

Cosa sappiamo del Buddha storico?

Persone che meditano sotto l'albero della Bodhi a Bodhgaya, India.

L’al­be­ro del­la Bod­hi nel Tem­pio di Maha­bo­d­hi, discen­den­te diret­to del­l’al­be­ro di Bod­hi sto­ri­co. Foto di Wil­liam Pfei­fer

La sto­ria tra­di­zio­na­le ini­zia con la nasci­ta di Sid­d­har­tha Gau­ta­ma a Lum­bi­ni, in Nepal, intor­no al 567 a.C. Era il figlio di un re, cre­sciu­to in un’o­pu­len­za pro­tet­ta. Si è spo­sa­to e ha avu­to un figlio.

Il prin­ci­pe Sid­d­har­tha ave­va ven­ti­no­ve anni quan­do la sua vita cam­biò. Nel­le gite in car­roz­za fuo­ri dai suoi palaz­zi vide pri­ma un mala­to, poi un vec­chio, poi un cada­ve­re. Que­sto lo scos­se nel pro­fon­do del suo esse­re; si rese con­to che il suo sta­tus pri­vi­le­gia­to non lo avreb­be pro­tet­to dal­la malat­tia, dal­la vec­chia­ia e dal­la mor­te. Quan­do vide un ricer­ca­to­re spi­ri­tua­le – un “san­t’uo­mo” men­di­can­te – sor­se in lui l’im­pul­so di cer­ca­re la pace del­la men­te.

Si sedet­te in medi­ta­zio­ne sot­to “l’al­be­ro del­la Bod­hi” fin­ché non rea­liz­zò l’il­lu­mi­na­zio­ne. Da quel momen­to in poi, sareb­be sta­to cono­sciu­to come il Bud­d­ha.

Il prin­ci­pe rinun­ciò alla sua vita mon­da­na e ini­ziò una ricer­ca spi­ri­tua­le. Cer­ca­va inse­gnan­ti e puni­va il suo cor­po con pra­ti­che asce­ti­che come digiu­ni estre­mi e pro­lun­ga­ti. Si cre­de­va che puni­re il cor­po fos­se il modo per ele­va­re la men­te e che la por­ta del­la sag­gez­za si tro­vas­se sul­l’or­lo del­la mor­te. Tut­ta­via, dopo sei anni, il prin­ci­pe pro­vò solo fru­stra­zio­ne.

Leggi Anche  Meditazione Metta benevolenza” o “gentilezza”

Alla fine, si rese con­to che la via per la pace era attra­ver­so la disci­pli­na men­ta­le. A Bodh Gaya, nel moder­no sta­to india­no del Bihar, sede­va in medi­ta­zio­ne sot­to un albe­ro di ficus, “l’al­be­ro del­la Bod­hi”, fin­ché non si sve­glia­va o rea­liz­za­va l’il­lu­mi­na­zio­ne. Da quel momen­to in poi, sareb­be sta­to cono­sciu­to come il Bud­d­ha.

Ha pas­sa­to il resto del­la sua vita a inse­gna­re alle per­so­ne come rea­liz­za­re l’il­lu­mi­na­zio­ne da soli. Ha tenu­to il suo pri­mo ser­mo­ne nel­l’o­dier­na Sar­nath, vici­no a Bena­res, e poi ha cam­mi­na­to di vil­lag­gio in vil­lag­gio, atti­ran­do disce­po­li lun­go la stra­da. Ha fon­da­to l’or­di­ne ori­gi­na­le di mona­che e mona­ci bud­di­sti, mol­ti dei qua­li diven­ne­ro anche gran­di mae­stri. Morì a Kushi­na­gar, nel­l’at­tua­le sta­to del­l’Ut­tar Pra­desh, nel nord del­l’In­dia, intor­no al 483 a.C.

La sto­ria tra­di­zio­na­le del­la vita del Bud­d­ha potreb­be non esse­re real­men­te accu­ra­ta; non abbia­mo modo di saper­lo con cer­tez­za. Gli sto­ri­ci oggi gene­ral­men­te con­cor­da­no sul fat­to che ci fos­se un Bud­d­ha sto­ri­co e che vis­se tra il IV e il VI seco­lo a.C., dare o ave­re. Si ritie­ne che alme­no alcu­ni dei ser­mo­ni e del­le rego­le mona­sti­che regi­stra­te nel­le scrit­tu­re più anti­che sia­no le sue paro­le, o qual­co­sa di simi­le alle sue paro­le. Ma que­sto è quan­to si spin­ge la mag­gior par­te degli stu­dio­si sto­ri­ci.

Ci sono stati altri Buddha?

Nel Bud­d­hi­smo The­ra­va­da – la scuo­la domi­nan­te del sud-est asia­ti­co – si pen­sa che ci sia un solo Bud­d­ha per età del­l’u­ma­ni­tà; ogni età è un tem­po inim­ma­gi­na­bil­men­te lun­go. Il Bud­d­ha del­l’e­ra attua­le è il nostro Bud­d­ha sto­ri­co, Sid­d­har­tha Gau­ta­ma. Un’al­tra per­so­na che rea­liz­za l’il­lu­mi­na­zio­ne in que­sta età non è chia­ma­ta bud­d­ha. Inve­ce, lui o lei è un arhat  (san­scri­to) o  ara­hant  (pali) – “degno” o “per­fet­to”. La prin­ci­pa­le dif­fe­ren­za tra un arhat e un bud­d­ha è che solo un bud­d­ha è un inse­gnan­te del mon­do, colui che apre la por­ta a tut­ti gli altri.

Le pri­me scrit­tu­re nomi­na­no altri bud­d­ha che vis­se­ro in ere pre­ce­den­ti inim­ma­gi­na­bil­men­te mol­to lon­ta­ne. C’è anche Mai­treya, il futu­ro Bud­d­ha che appa­ri­rà quan­do tut­ta la memo­ria degli inse­gna­men­ti del nostro Bud­d­ha sarà sta­ta per­sa.

Ci sono altre impor­tan­ti tra­di­zio­ni bud­di­ste, chia­ma­te Maha­ya­na e Vaj­ra­ya­na, e que­ste tra­di­zio­ni non pon­go­no limi­ti al nume­ro di bud­d­ha che pos­so­no esser­ci. Tut­ta­via, per i pra­ti­can­ti del Bud­d­hi­smo Maha­ya­na e Vaj­ra­ya­na l’i­dea­le è esse­re un bod­hi­satt­va , uno che giu­ra di rima­ne­re nel mon­do fin­ché tut­ti gli esse­ri non saran­no illu­mi­na­ti.

E i Buddha nell’arte buddista?

Un gar­b­ha­d­hā­tu-maṇḍa­la giap­po­ne­se. Il gar­b­ha­d­hā­tu-maṇḍa­la (胎藏界曼荼羅) rap­pre­sen­ta l’in­sie­me dei feno­me­ni men­ta­li e del­le for­me del­l’u­ni­ver­so. Al cen­tro del maṇḍa­la è posto Mahā­vai­ro­ca­na Bud­d­ha (大日如來), che rap­pre­sen­ta la “Natu­ra di Bud­d­ha” in ogni esse­re, ed è cir­con­da­to da quat­tro bud­d­ha (colo­ra­ti in oro) e quat­tro bod­hi­satt­va (colo­ra­ti in bian­co). Par­ten­do dal­l’al­to e in sen­so ora­rio: Rat­na­ke­tu (宝幢), Saman­ta­b­ha­dra (普賢菩薩) Saṃ­ku­su­mi­ta­rā­ja (開敷華王), Mañ­juś­rī (文殊菩薩), Ami­tā­b­ha (阿彌陀), Ava­lo­ki­teś­va­ra (觀自在菩薩), Divya­dun­du­b­hi­me­ga­nir­ghoṣa (天鼓雷音), e Mai­treya (彌勒菩薩).

Leggi Anche  Sviluppo storico del Buddismo: Asia centrale e Cina

Ci sono mol­ti­tu­di­ni di bud­d­ha, spe­cial­men­te nel­le scrit­tu­re e nel­l’ar­te Maha­ya­na e Vaj­ra­ya­na. Rap­pre­sen­ta­no aspet­ti del­l’il­lu­mi­na­zio­ne e rap­pre­sen­ta­no anche la nostra natu­ra più pro­fon­da. Alcu­ni dei Bud­d­ha ico­ni­ci o tra­scen­den­ti più cono­sciu­ti inclu­do­no Ami­ta­b­ha, il Bud­d­ha del­la Luce sen­za limi­ti; Bhaiṣa­jya­gu­ru, il Bud­d­ha del­la Medi­ci­na che rap­pre­sen­ta il pote­re di gua­ri­gio­ne; e Vai­ro­ca­na, il Bud­d­ha uni­ver­sa­le o pri­mor­dia­le che rap­pre­sen­ta la real­tà asso­lu­ta. Anche il modo in cui sono posti i bud­d­ha tra­smet­te signi­fi­ca­ti par­ti­co­la­ri.

Il tipo cal­vo, paf­fu­to e riden­te che mol­ti occi­den­ta­li con­si­de­ra­no Bud­d­ha è un per­so­nag­gio del fol­klo­re cine­se del X seco­lo. Il suo nome è Budai in Cina o Hotei in Giap­po­ne. Rap­pre­sen­ta la feli­ci­tà e l’ab­bon­dan­za ed è un pro­tet­to­re dei bam­bi­ni, dei mala­ti e dei debo­li. In alcu­ne sto­rie vie­ne spie­ga­to come un’e­ma­na­zio­ne di Mai­treya, il futu­ro Bud­d­ha.

I buddisti adorano il Buddha?

Il Bud­d­ha non era un dio e le mol­te figu­re ico­ni­che del­l’ar­te bud­di­sta non inten­do­no rap­pre­sen­ta­re esse­ri divi­ni che ti faran­no favo­ri se li ado­ri.

Si dice­va che il Bud­d­ha fos­se cri­ti­co nei con­fron­ti del cul­to, infat­ti. In una scrit­tu­ra ( Siga­lo­va­da Sut­ta, Digha Nika­ya 31) incon­trò un gio­va­ne impe­gna­to in una pra­ti­ca di cul­to vedi­co. Il Bud­d­ha gli dis­se che è più impor­tan­te vive­re in modo respon­sa­bi­le ed eti­co che ado­ra­re qual­sia­si cosa.

Potre­sti pen­sa­re all’a­do­ra­zio­ne se vedi bud­di­sti inchi­nar­si alle sta­tue di Bud­d­ha, ma sta suc­ce­den­do qual­co­s’al­tro. In alcu­ne scuo­le di bud­di­smo, inchi­nar­si e fare offer­te sono espres­sio­ni fisi­che del­l’ab­ban­do­no di una vita egoi­sta, cen­tra­ta sul­l’e­go e del­l’im­pe­gno a pra­ti­ca­re gli inse­gna­men­ti del Bud­d­ha.

Cosa insegnò il Buddha?

Quan­do il Bud­d­ha rag­giun­se l’ illu­mi­na­zio­ne, rea­liz­zò anche qual­co­s’al­tro: che ciò che ave­va per­ce­pi­to era così lon­ta­no dal­l’e­spe­rien­za ordi­na­ria che non pote­va esse­re com­ple­ta­men­te spie­ga­to. Quin­di, inve­ce di inse­gna­re alle per­so­ne cosa cre­de­re, inse­gnò loro a rea­liz­za­re l’il­lu­mi­na­zio­ne da soli.

L’in­se­gna­men­to fon­da­men­ta­le del bud­di­smo sono le Quat­tro Nobi­li Veri­tà. Mol­to bre­ve­men­te, la Pri­ma Veri­tà ci dice che la vita è duk­kha , una paro­la che non si tra­du­ce per­fet­ta­men­te in ingle­se. È spes­so tra­dot­to come “sof­fe­ren­za”, ma signi­fi­ca anche “stres­san­te” e “inca­pa­ce di sod­di­sfa­re”.

La Secon­da Veri­tà ci dice che duk­kha ha una cau­sa. La cau­sa imme­dia­ta è il desi­de­rio, e il desi­de­rio deri­va dal non com­pren­de­re la real­tà e dal non cono­sce­re noi stes­si. Poi­ché frain­ten­dia­mo noi stes­si, sia­mo pie­ni di ansia e fru­stra­zio­ne. Spe­ri­men­tia­mo la vita in un modo ristret­to ed ego­cen­tri­co, attra­ver­san­do la vita desi­de­ran­do cose che pen­sia­mo ci ren­de­ran­no feli­ci. Ma tro­via­mo sod­di­sfa­zio­ne solo bre­ve­men­te, e poi l’an­sia e il desi­de­rio rico­min­cia­no.

Leggi Anche  Lo Zen. Origini, natura e sviluppo storico.

La Ter­za Veri­tà ci dice che pos­sia­mo cono­sce­re la cau­sa di duk­kha ed esse­re libe­ra­ti dal­la ruo­ta del cri­ce­to del­lo stress e del desi­de­rio. Tut­ta­via, la sem­pli­ce ado­zio­ne del­le cre­den­ze bud­di­ste non ser­vi­rà a que­sto. La libe­ra­zio­ne dipen­de dal­la pro­pria com­pren­sio­ne del­la fon­te di duk­kha. Il desi­de­rio non ces­se­rà fin­ché non ti ren­de­rai con­to di cosa lo sta cau­san­do.

La Quar­ta Veri­tà ci dice che l’in­tui­zio­ne arri­va attra­ver­so la pra­ti­ca del Nobi­le Ottu­pli­ce Sen­tie­ro. L’Ot­tu­pli­ce Sen­tie­ro potreb­be esse­re spie­ga­to come uno sche­ma di otto aree di pra­ti­ca – tra cui medi­ta­zio­ne, con­sa­pe­vo­lez­za e vive­re una vita eti­ca a bene­fi­cio degli altri – che ci aiu­te­ran­no a vive­re vite più feli­ci e tro­va­re la sag­gez­za del­l’il­lu­mi­na­zio­ne.

Cos’è l’Illuminazione?

L’il­lu­mi­na­zio­ne è anche descrit­ta come la per­ce­zio­ne del­la natu­ra bud­di­sta, che nel bud­di­smo Vaj­ra­ya­na e Maha­ya­na è la natu­ra fon­da­men­ta­le di tut­ti gli esse­ri. Un modo per capir­lo è dire che l’il­lu­mi­na­zio­ne del Bud­d­ha è sem­pre pre­sen­te, che ne sia­mo con­sa­pe­vo­li o meno.

L’il­lu­mi­na­zio­ne, quin­di, non è una qua­li­tà che alcu­ne per­so­ne han­no e altre no. Rea­liz­za­re l’il­lu­mi­na­zio­ne è rea­liz­za­re ciò che già è . È solo che la mag­gior par­te di noi è per­sa nel­la neb­bia e non può veder­la.

La gen­te imma­gi­na che esse­re illu­mi­na­ti signi­fi­chi esse­re esta­sia­ti tut­to il tem­po, ma non è così. E rag­giun­ge­re l’il­lu­mi­na­zio­ne non avvie­ne neces­sa­ria­men­te tut­to in una vol­ta. Mol­to sem­pli­ce­men­te, l’il­lu­mi­na­zio­ne è defi­ni­ta come la per­ce­zio­ne com­ple­ta del­la vera natu­ra del­la real­tà e di noi stes­si.

Esiste una Bibbia buddista?

Non esat­ta­men­te. Per pri­ma cosa, le diver­se scuo­le e deno­mi­na­zio­ni del bud­di­smo non usa­no tut­te lo stes­so cano­ne del­le scrit­tu­re. Un testo sti­ma­to da una scuo­la può esse­re sco­no­sciu­to in un’al­tra.

Inol­tre, le scrit­tu­re bud­di­ste non sono con­si­de­ra­te le paro­le rive­la­te di un dio che devo­no esse­re accet­ta­te sen­za dub­bio. Il Bud­d­ha ci ha inse­gna­to a non accet­ta­re alcun inse­gna­men­to sul­la sola auto­ri­tà, ma a inve­sti­gar­lo da soli. I mol­ti sutra ed altri testi sono lì per gui­dar­ci, non per indot­tri­nar­ci.

Il pun­to impor­tan­te è che il bud­di­smo non è qual­co­sa in cui cre­di, ma qual­co­sa che fai. È un per­cor­so sia di disci­pli­na per­so­na­le che di sco­per­ta per­so­na­le. Le per­so­ne per­cor­ro­no que­sto sen­tie­ro da 25 seco­li, ed ormai ci sono mol­te dire­zio­ni, car­tel­li e segna­li. E ci sono men­to­ri e inse­gnan­ti per la gui­da, così come mol­te bel­le scrit­tu­re.