Duh­kha ( / d u k ə / ; San­skrit : दुःख; Pali : duk­kha ) è un impor­tan­te con­cet­to bud­di­sta, comu­ne­men­te tra­dot­to come “sof­fe­ren­za”, “dolo­re”, “insod­di­sfa­cen­te” o “stress”. Si rife­ri­sce alla fon­da­men­ta­le insod­di­sfa­zio­ne e dolo­ro­si­tà del­la vita mon­da­na. È la pri­ma del­le quat­tro nobi­li veri­tà ed è uno dei tre segni del­l’e­si­sten­za. Il ter­mi­ne appa­re anche nel­le scrit­tu­re del­l’in­dui­smo, come le Upa­ni­shad, nel­le discus­sio­ni su mok­sha (libe­ra­zio­ne spi­ri­tua­le).

Etimologia e significato

Duḥ­kha (san­scri­to; Pali duk­kha ) è un ter­mi­ne deri­va­to dal­l’an­ti­ca let­te­ra­tu­ra india­na, che signi­fi­ca tut­to ciò che è “inquie­to, sco­mo­do, spia­ce­vo­le, dif­fi­ci­le, che cau­sa dolo­re o tri­stez­za”. È anche un con­cet­to pro­pè­rio del­le reli­gio­ni india­ne sul­la natu­ra del­la vita che inclu­de in modo inna­to “spia­ce­vo­le”, “sof­fe­ren­za”, “dolo­re”, “dispia­ce­re”, “ango­scia”, “dolo­re” o “mise­ria”. Il ter­mi­ne duḥ­kha non ha una tra­du­zio­ne in ita­lia­no di una sola paro­la e incar­na diver­si aspet­ti di spia­ce­vo­li espe­rien­ze uma­ne. Si oppo­ne alla paro­la sukha, che signi­fi­ca “feli­ci­tà”, “con­for­to” o “faci­li­tà”

La paro­la vie­ne comu­ne­men­te spie­ga­ta come una deri­va­zio­ne dal­la ter­mi­no­lo­gia aria­na per un foro del­l’as­se, rife­ren­do­si ad un foro del­l’as­se che non è al cen­tro e por­ta a una cor­sa acci­den­ta­ta e sco­mo­da. Secon­do Win­th­rop Sar­geant,
Gli anti­chi aria­ni che por­ta­va­no la lin­gua san­scri­ta in India era­no noma­di, alle­va­to­ri di caval­li e bovi­ni che viag­gia­va­no su vei­co­li trai­na­ti da caval­li o bue. Su e dus sono pre­fis­si che indi­ca­no buo­no o cat­ti­vo. La paro­la kha , in segui­to san­scri­to che signi­fi­ca “cie­lo”, “ete­re” o “spa­zio”, era in ori­gi­ne la paro­la “buco”, in par­ti­co­la­re un buco nel­l’as­se di uno dei vei­co­li del­l’A­ryan. Quin­di sukha … signi­fi­ca­va, in ori­gi­ne, “ave­re un buon foro per l’as­se”, men­tre duh­kha signi­fi­ca­va “ave­re un cat­ti­vo foro per l’as­se”, cau­san­do disa­gio.

Leggi Anche  Skandha - I cinque aggregati

Jose­ph Gold­stein , inse­gnan­te e scrit­to­re ame­ri­ca­no di vipas­sa­na , spie­ga l’e­ti­mo­lo­gia come segue:

La paro­la duk­kha è com­po­sta dal pre­fis­so du e dal­la radi­ce kha . Du signi­fi­ca “cat­ti­vo” o “dif­fi­ci­le”. Kha signi­fi­ca “vuo­to”. “Vuo­to”, qui, si rife­ri­sce a diver­se cose: alcu­ne spe­ci­fi­che, altre più gene­ra­li. Uno dei signi­fi­ca­ti spe­ci­fi­ci si rife­ri­sce al foro del­l’as­se vuo­to di una ruo­ta. Se l’as­se si inse­ri­sce male nel foro cen­tra­le, otte­nia­mo una gui­da mol­to acci­den­ta­ta. Que­sta è una buo­na ana­lo­gia per il nostro giro attra­ver­so il saṃ­sā­ra.

Tut­ta­via, secon­do Monier Monier-Wil­liams , le radi­ci effet­ti­ve del ter­mi­ne pali duk­kha sem­bra­no esse­re san­scri­to दुस्- ( dus- , “cat­ti­vo”) + स्था ( stha , “sta­re in pie­di”). Rego­la­ri cam­bia­men­ti fono­lo­gi­ci nel­lo svi­lup­po del san­scri­to nei vari Pra­kri­ts han­no por­ta­to a un pas­sag­gio da dus-sthā a duḥ­kha a duk­kha .

Buddismo 

I tra­dut­to­ri con­tem­po­ra­nei di testi bud­di­sti usa­no una varie­tà di paro­le per comu­ni­ca­re gli aspet­ti del duḥ­kha. I pri­mi tra­dut­to­ri occi­den­ta­li di testi bud­di­sti (pri­ma degli anni ’70) tra­dus­se­ro in gene­re il ter­mi­ne pali duk­kha come “sof­fe­ren­za”. I tra­dut­to­ri suc­ces­si­vi han­no sot­to­li­nea­to che “sof­fe­ren­za” è una tra­du­zio­ne trop­po limi­ta­ta per il ter­mi­ne duḥ­kha e han­no pre­fe­ri­to lascia­re il ter­mi­ne non tra­dot­to o chia­ri­re tale tra­du­zio­ne con ter­mi­ni come ansia, ango­scia, fru­stra­zio­ne, disa­gio, insod­di­sfa­zio­ne, ecc. Mol­ti inse­gnan­ti, stu­dio­si e tra­dut­to­ri con­tem­po­ra­nei han­no usa­to il ter­mi­ne “insod­di­sfa­zio­ne” per enfa­tiz­za­re gli aspet­ti più sot­ti­li di duk­kha.

All’in­ter­no dei sutra bud­di­sti, il duḥ­kha è divi­so in tre cate­go­rie:

Duk­kha-duk­kha , il duḥ­kha del­le espe­rien­ze dolo­ro­se. Ciò inclu­de le sof­fe­ren­ze fisi­che e men­ta­li del­la nasci­ta, del­l’in­vec­chia­men­to , del­la malat­tia , del­la mor­te ; ango­scia da ciò che non è desi­de­ra­bi­le.
Vipa­ri­na­ma-duk­kha, il duḥ­kha di espe­rien­ze pia­ce­vo­li o feli­ci che cam­bia­no in spia­ce­vo­li quan­do ces­sa­no le cau­se e le con­di­zio­ni che han­no pro­dot­to le espe­rien­ze pia­ce­vo­li.
San­kha­ra-duk­kha, il duḥ­kha del­l’e­spe­rien­za con­di­zio­na­ta. Ciò inclu­de “un’in­sod­di­sfa­zio­ne di base che per­va­de tut­ta l’e­si­sten­za, tut­te le for­me di vita, per­ché tut­te le for­me di vita stan­no cam­bian­do, sono imper­ma­nen­ti e sen­za alcun nucleo o sostan­za inte­rio­re”. A que­sto livel­lo, il ter­mi­ne indi­ca una man­can­za di sod­di­sfa­zio­ne, un sen­so che le cose non sod­di­sfa­no mai le nostre aspet­ta­ti­ve o stan­dard.
Vari sutra rias­su­mo­no come la vita in que­sto “mon­do mon­da­no” sia con­si­de­ra­ta come duḥ­kha, a par­ti­re dal sam­sa­ra , il pro­ces­so con­ti­nuo di mor­te e rina­sci­ta stes­sa:

Leggi Anche  Sviluppo storico del Buddismo: Sri Lanka e Sud-est asiatico

La nasci­ta è duḥ­kha, l’in­vec­chia­men­to è duḥ­kha, la malat­tia è duḥ­kha, la mor­te è duḥ­kha;
Dolo­re, lamen­to, dolo­re, dolo­re e dispe­ra­zio­ne sono duḥ­kha;
L’as­so­cia­zio­ne con l’in­cre­du­to è duḥ­kha; la sepa­ra­zio­ne dal­l’a­ma­to è duḥ­kha;
Non otte­ne­re ciò che si desi­de­ra è duḥ­kha.
In con­clu­sio­ne, i cin­que aggre­ga­ti sono duḥ­kha.
Duḥ­kha è uno dei tre segni del­l’e­si­sten­za, vale a dire duḥ­kha (“sof­fe­ren­za”), anat­man (non-sé), ani­tya (“imper­ma­nen­za”).

La tra­di­zio­ne bud­di­sta sot­to­li­nea l’im­por­tan­za di appro­fon­di­re la natu­ra del duḥ­kha, le con­di­zio­ni che lo cau­sa­no e come può esse­re supe­ra­to. Que­sto pro­ces­so è for­mu­la­to negli inse­gna­men­ti sul­le Quat­tro Nobi­li Veri­tà.

Hinduismo

In indui­smo la let­te­ra­tu­ra, i pri­mi upa­ni­sad – il Brha­da­ra­nya­ka e la Chan­do­gya – con ogni pro­ba­bi­li­tà sono ante­ce­den­ti l’av­ven­to del bud­di­smo. In que­ste scrit­tu­re del­l’in­dui­smo, la paro­la san­scri­ta du ḥ kha (दुःख) appa­re nel sen­so di “sof­fe­ren­za, dolo­re, ango­scia” e nel con­te­sto di una ricer­ca spi­ri­tua­le e libe­ra­zio­ne attra­ver­so la cono­scen­za di Atman (ani­ma / se stes­so).

l con­cet­to di dolo­re e sof­fe­ren­za e cono­scen­za di sé come mez­zo per supe­rar­lo, appa­re ampia­men­te con altri ter­mi­ni nel­le Upa­ni­shad pre-bud­di­ste. Il ter­mi­ne Duh­kha appa­re anche in mol­te altre Upa­ni­shad post-bud­di­ste e suc­ces­si­ve come il ver­so 6.20 di Shve­ta­sh­va­ta­ra Upa­ni­shad, così come nel­la Bha­ga­va­da Gita, tut­te nel con­te­sto di mok­sha. Il ter­mi­ne appa­re anche nei Sutra fon­da­men­ta­li del­le sei scuo­le del­la filo­so­fia indù, come le linee di aper­tu­ra del Sam­khya kari­ka del­la scuo­la Sam­khya.

Confronto tra buddismo e induismo

Sia l’In­dui­smo e il Bud­di­smo sot­to­li­nea­no che si supe­ra du ḥ kha attra­ver­so lo svi­lup­po del­la com­pren­sio­ne. Tut­ta­via, le due reli­gio­ni dif­fe­ri­sco­no ampia­men­te nel­la natu­ra di tale com­pren­sio­ne. L’In­dui­smo sot­to­li­nea la com­pren­sio­ne e l’ac­cet­ta­zio­ne di Atman (auto, ani­ma) e Brah­man , men­tre il Bud­di­smo sot­to­li­nea la com­pren­sio­ne e l’ac­cet­ta­zio­ne di Anat­ta (Anat­man o non auto­no­mo, non ani­ma).

Leggi Anche  I 10 ladri della tua energia secondo il pensiero del Dalai Lama