L’in­se­gna­men­to attri­bui­to al Bud­d­ha fu tra­smes­so oral­men­te dai suoi disce­po­li, pre­ce­du­to dal­la fra­se “evam me sutam” (“così ho sen­ti­to”); per­tan­to, è dif­fi­ci­le dire se o fino a che pun­to i suoi discor­si sia­no sta­ti pre­ser­va­ti men­tre veni­va­no pro­nun­cia­ti. Di soli­to allu­do­no al luo­go e al tem­po in cui sono sta­ti pre­di­ca­ti e al pub­bli­co a cui sono sta­ti indi­riz­za­ti. I con­si­gli bud­di­sti nei pri­mi seco­li dopo la mor­te del Bud­d­ha ten­ta­ro­no di spe­ci­fi­ca­re qua­li inse­gna­men­ti attri­bui­ti al Bud­d­ha potes­se­ro esse­re con­si­de­ra­ti auten­ti­ci.

Sofferenza, impermanenza e non-sé

Il Bud­d­ha ha basa­to il suo inte­ro inse­gna­men­to sul fat­to del­la sof­fe­ren­za uma­na e sul carat­te­re insod­di­sfa­cen­te del­la vita uma­na. L’esistenza è dolo­ro­sa. Le con­di­zio­ni che carat­te­riz­za­no un indi­vi­duo sono pro­prio quel­le che dan­no ori­gi­ne ad insod­di­sfa­zio­ne e sof­fe­ren­za. L’individualità impli­ca una limi­ta­zio­ne; la limi­ta­zio­ne dà ori­gi­ne al desi­de­rio; e, ine­vi­ta­bil­men­te, il desi­de­rio pro­vo­ca sof­fe­ren­za, poi­ché ciò che si desi­de­ra è tran­si­to­rio.

Viven­do in mez­zo all’impermanenza di tut­to ed essen­do essi stes­si imper­ma­nen­ti, gli esse­ri uma­ni cer­ca­no la via del­la libe­ra­zio­ne, per ciò che bril­la oltre il tran­si­to­rio dell’esistenza uma­na, in bre­ve, per l’illuminazione. La dot­tri­na del Bud­d­ha offrì un modo per evi­ta­re la dispe­ra­zio­ne. Seguen­do il “per­cor­so” inse­gna­to dal Bud­d­ha, l’individuo può dis­si­pa­re l ’”igno­ran­za” che per­pe­tua que­sta sof­fe­ren­za.

Secon­do il Bud­d­ha dei pri­mi testi, la real­tà, sia del­le cose ester­ne che del­la tota­li­tà psi­co­fi­si­ca degli indi­vi­dui uma­ni, con­si­ste in una suc­ces­sio­ne e una con­ca­te­na­zio­ne di microe­le­men­ti chia­ma­ti dham­mas (que­ste “com­po­nen­ti” del­la real­tà non devo­no esse­re con­fu­se con il dham­ma che signi­fi­ca “leg­ge” o “inse­gna­men­to”).

Il Bud­d­ha si allon­ta­nò dal tra­di­zio­na­le pen­sie­ro india­no nel non affer­ma­re una real­tà essen­zia­le o ulti­ma nel­le cose. Inol­tre, ha respin­to l’esistenza dell’anima come sostan­za meta­fi­si­ca , seb­be­ne abbia rico­no­sciu­to l’esistenza di un sé come sog­get­to d’azione in sen­so pra­ti­co e mora­le. La vita è un flus­so in dive­ni­re, una serie di mani­fe­sta­zio­ni ed estin­zio­ni. Il con­cet­to dell’ego indi­vi­dua­le è un’illusione popo­la­re; gli ogget­ti con cui le per­so­ne si iden­ti­fi­ca­no – for­tu­na, posi­zio­ne socia­le, fami­glia, cor­po e per­si­no men­te – non sono il loro vero io. Non c’è nul­la di per­ma­nen­te e, se solo il per­ma­nen­te meri­tas­se di esse­re chia­ma­to il sé o atman , allo­ra nul­la è il sé.

Leggi Anche  L'insegnamento del Buddha

Per chia­ri­re il con­cet­to di non-sé (anat­man), i bud­di­sti espon­go­no la teo­ria dei cin­que aggre­ga­ti o costi­tuen­ti ( khan­d­ha) dell’esistenza uma­na:

(1) cor­po­rei­tà o for­me fisi­che (rupa),

(2) sen­ti­men­ti o sen­sa­zio­ni (veda­na),

(3) idea­zio­ni (san­na),

(4) for­ma­zio­ni o dispo­si­zio­ni men­ta­li (san­kha­ra) e

(5) coscien­za (vin­na­na).

L’esistenza uma­na è solo un com­po­sto dei cin­que aggre­ga­ti, nes­su­no dei qua­li è il sé o l’anima. Una per­so­na è in un pro­ces­so di con­ti­nuo cam­bia­men­to e non esi­ste un’entità sot­to­stan­te fis­sa.

Karma

La cre­den­za nel­la rina­sci­ta, o il sam­sa­ra, come una serie poten­zial­men­te infi­ni­ta di esi­sten­ze mon­da­ne in cui ogni esse­re è cat­tu­ra­to era già asso­cia­to alla dot­tri­na del kar­ma (san­scri­to: kar­man ; let­te­ral­men­te “atto” o “azio­ne”) nell’India pre-bud­di­sta, ed è sta­to accet­ta­to da pra­ti­ca­men­te tut­te le tra­di­zio­ni bud­di­ste. Secon­do la dot­tri­na, una buo­na con­dot­ta por­ta un risul­ta­to pia­ce­vo­le e feli­ce e crea una ten­den­za ver­so simi­li azio­ni buo­ne, men­tre una cat­ti­va con­dot­ta por­ta un risul­ta­to cat­ti­vo e crea una ten­den­za ver­so simi­li azio­ni mal­va­gie. Alcu­ni atti kar­mi­ci dan­no frut­ti nel­la stes­sa vita in cui sono com­mes­si, altri in quel­la imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­va ed altri in vite futu­re più remo­te. Que­sto for­ni­sce il con­te­sto di base per la vita mora­le.

L’accettazione da par­te dei bud­di­sti degli inse­gna­men­ti del kar­ma e del­la rina­sci­ta ed il con­cet­to di non-sé fa sor­ge­re un pro­ble­ma dif­fi­ci­le: come può avve­ni­re la rina­sci­ta sen­za che un sog­get­to per­ma­nen­te pos­sa rina­sce­re? I filo­so­fi india­ni non bud­di­sti han­no attac­ca­to que­sto pun­to nel pen­sie­ro bud­di­sta, e mol­ti stu­dio­si moder­ni lo han­no anche con­si­de­ra­to un pro­ble­ma inso­lu­bi­le. La rela­zio­ne tra esi­sten­ze nel­la rina­sci­ta è sta­ta spie­ga­ta dall’analogia del fuo­co, che si man­tie­ne inal­te­ra­to nell’aspetto e tut­ta­via è diver­so in ogni momen­to, quel­la che può esse­re chia­ma­ta la con­ti­nui­tà di un’identità in con­ti­nua evo­lu­zio­ne.

Il Quattro nobili verità

La con­sa­pe­vo­lez­za di que­ste real­tà fon­da­men­ta­li ha por­ta­to il Bud­d­ha a for­mu­la­re le Quat­tro Nobi­li Veri­tà : la veri­tà del­la mise­ria (duk­kha ; let­te­ral­men­te “sof­fe­ren­za” ma con­no­tan­do “disa­gio” o “insod­di­sfa­zio­ne”), la veri­tà che la mise­ria ha ori­gi­ne nel­la bra­ma di pia­ce­re e di esse­re o non esse­re (samu­da­ya), la veri­tà che que­sta bra­ma può esse­re eli­mi­na­ta (niro­d­hu), e la veri­tà che que­sta eli­mi­na­zio­ne è il risul­ta­to del segui­re una via od un per­cor­so meto­di­co (mag­ga).

Leggi Anche  Skandha - I cinque aggregati

Il Bud­d­ha, secon­do i pri­mi testi, sco­prì anche la leg­ge dell’origine dipen­den­te (patic­ca-samup­pa­da), per cui una con­di­zio­ne nasce da un’altra, che a sua vol­ta deri­va da con­di­zio­ni pre­ce­den­ti. Ogni modo di esse­re pre­sup­po­ne un altro modo imme­dia­ta­men­te pre­ce­den­te da cui deri­va il modo suc­ces­si­vo, in una cate­na di cau­se. Secon­do lo sche­ma clas­si­co, i 12 anel­li del­la cate­na sono: igno­ran­za (avi­j­ja), pre­di­spo­si­zio­ni kar­mi­che (san­kha­ras), coscien­za (vin­na­na), for­ma e cor­po (nama-rupa), i cin­que orga­ni di sen­so e la men­te (sala­ya­ta­na), con­tat­to (phas­sa ), rispo­sta-sen­ti­men­to (veda­na), bra­ma (tan­ha), affer­ran­do un ogget­to (upa­da­na), azio­ne ver­so la vita (bha­va), nasci­ta (jati) e vec­chia­ia e mor­te (jara­ma­ra­na). Secon­do que­sta leg­ge, la mise­ria lega­ta all’esistenza è spie­ga­ta da una cate­na meto­di­ca di cau­sa­li­tà. Nono­stan­te una varie­tà di inter­pre­ta­zio­ni, la leg­ge dell’origine dipen­den­te dai vari aspet­ti del dive­ni­re rima­ne sostan­zial­men­te la stes­sa in tut­te le scuo­le del bud­di­smo.

L’Ottuplice Sentiero

La leg­ge di ori­gi­ne dipen­den­te, tut­ta­via, sol­le­va la que­stio­ne di come si pos­sa sfug­gi­re al ciclo con­ti­nua­men­te rin­no­va­to di nasci­ta, sof­fe­ren­za e mor­te. Non è suf­fi­cien­te sape­re che la mise­ria per­va­de tut­ta l’esistenza e cono­sce­re il modo in cui la vita si evol­ve; ci deve esse­re anche un mez­zo per supe­ra­re que­sto pro­ces­so. I mez­zi per rag­giun­ge­re que­sto sco­po si tro­va­no nell’Ottuplice Sen­tie­ro , che è costi­tui­to da ret­ti pun­ti di vista, giu­ste aspi­ra­zio­ni , ret­ta paro­la, ret­ta con­dot­ta, giu­sto sosten­ta­men­to, giu­sto sfor­zo, ret­ta con­sa­pe­vo­lez­za e giu­sto con­se­gui­men­to medi­ta­ti­vo.

Nirvana

Lo sco­po del­la pra­ti­ca bud­di­sta è di libe­rar­si dal­la delu­sio­ne diel­l’e­go e di se stes­si e, quin­di, libe­ri dal­le cate­ne di que­sto bana­le mon­do. Si dice che chi ha suc­ces­so nel fare ciò, abbia supe­ra­to il ripe­ter­si del­le rina­sci­te ed abbia rag­giun­to l’il­lu­mi­na­zio­ne . Que­sto è l’obiettivo fina­le nel­la mag­gior par­te del­le tra­di­zio­ni bud­di­ste, seb­be­ne in alcu­ni casi (in par­ti­co­la­re anche se non esclu­si­va­men­te in alcu­ne scuo­le di Ter­ra Pura in Cina e Giap­po­ne) il rag­giun­gi­men­to di un para­di­so ulti­mo o una dimo­ra cele­ste non è chia­ra­men­te distin­to dal rag­giun­gi­men­to del­la libe­ra­zio­ne.

Leggi Anche  La saggezza delle emozioni

Il pro­ces­so viven­te è nuo­va­men­te para­go­na­to ad un incen­dio. Il suo rime­dio è l’estinzione del fuo­co dell’illusione, del­le pas­sio­ni e del­le voglie. Il Bud­d­ha, l’ Illu­mi­na­to, è colui che non è più acce­so od infiam­ma­to. Mol­ti ter­mi­ni poe­ti­ci sono usa­ti per descri­ve­re lo sta­to dell’essere uma­no illu­mi­na­to: il por­to di rifu­gio, la fre­sca grot­ta, il luo­go del­la bea­ti­tu­di­ne, la riva più lon­ta­na. Il ter­mi­ne che è diven­ta­to famo­so in Occi­den­te è nir­va­na, tra­dot­to come scom­par­sa o estin­zio­ne, ovve­ro estin­zio­ne nel cuo­re, dei fero­ci fuo­chi di lus­su­ria, rab­bia ed illu­sio­ne. Ma il nir­va­na non è estin­zio­ne, ed in effet­ti la bra­ma di annien­ta­men­to o ine­si­sten­za è sta­ta espres­sa­men­te ripu­dia­ta dal Bud­d­ha. I bud­di­sti cer­ca­no sal­vez­za, non solo non esse­re. Seb­be­ne il nir­va­na sia spes­so pre­sen­ta­to nega­ti­va­men­te come “libe­ra­zio­ne dal­la sof­fe­ren­za”, è più accu­ra­to descri­ver­lo in modo più posi­ti­vo: come un obiet­ti­vo fina­le da cer­ca­re ed ama­re.

In alcu­ni pri­mi testi il Bud­d­ha ha lascia­to sen­za rispo­sta alcu­ne doman­de riguar­dan­ti il desti­no del­le per­so­ne che han­no rag­giun­to que­sto obiet­ti­vo fina­le. Rifiu­tò per­si­no di ipo­tiz­za­re se i san­ti puri­fi­ca­ti, dopo la mor­te, con­ti­nuas­se­ro ad esi­ste­re o ces­sas­se­ro di esi­ste­re. Soste­ne­va che tali doman­de non era­no rile­van­ti per la pra­ti­ca del sen­tie­ro e non pote­va­no in ogni caso rice­ve­re rispo­sta all’interno dei con­fi­ni dell’esistenza uma­na ordi­na­ria. In effet­ti, ha affer­ma­to che qual­sia­si discus­sio­ne sul­la natu­ra del nir­va­na lo avreb­be solo distor­to o tra­vi­sa­to. Ma ha anche affer­ma­to con anco­ra più insi­sten­za che il nir­va­na può esse­re spe­ri­men­ta­to – e spe­ri­men­ta­to nell’esistenza attua­le – da colo­ro che, cono­scen­do la veri­tà bud­di­sta, pra­ti­ca­no il sen­tie­ro bud­di­sta.