Sug­ge­ri­men­to: tut­to ini­zia con il respiro. 

Quan­do il cor­po è per­va­so da una pia­ce­vo­le ener­gia respi­ra­to­ria, pro­via­mo pia­ce­re. Que­sto è l’a­bi­le pia­ce­re inte­rio­re che cer­chia­mo di col­ti­va­re seguen­do la via di mez­zo del Bud­d­ha. La qua­li­tà del­la faci­li­tà fisi­ca ( piti ) dà ori­gi­ne alla qua­li­tà men­ta­le del pia­ce­re ( suk­kha ). Il cor­po con­di­zio­na la men­te. L’e­ner­gia del respi­ro rilas­san­te, che scor­re in tut­to il cor­po, con­di­zio­na il sor­ge­re del piacere.

Pra­ti­can­do la con­sa­pe­vo­lez­za del respi­ro, impa­ria­mo a svi­lup­pa­re la nostra abi­li­tà nel ten­ta­ti­vo di raf­for­za­re e appro­fon­di­re le qua­li­tà del­la faci­li­tà inte­rio­re e del piacere.

Men­tre pra­ti­chia­mo lo svi­lup­po di un pia­ce­vo­le dimo­ra­re nel cor­po, men­tre ten­tia­mo di man­te­ne­re la men­te sul cam­po allar­ga­to del cor­po, spes­so notia­mo che ini­zia­mo a per­de­re ener­gia ad un cer­to pun­to duran­te il pro­ces­so. Nel­la pra­ti­ca del­la dif­fu­sio­ne, con­su­mia­mo una cer­ta quan­ti­tà di ener­gia e alla fine il nostro livel­lo di ener­gia ini­zia a dimi­nui­re. A sua vol­ta, la nostra capa­ci­tà di man­te­ne­re la men­te sul cor­po può ini­zia­re a dimi­nui­re. Potrem­mo nota­re, men­tre ciò acca­de, che la men­te ini­zia a vaga­re. Potrem­mo nota­re che stia­mo inse­guen­do i pen­sie­ri. Quan­do la nostra ener­gia ini­zia a dimi­nui­re, di soli­to è una buo­na idea ripor­ta­re la nostra atten­zio­ne su un pun­to, il pun­to in cui sta­va­mo sen­ten­do il respi­ro. Tor­nia­mo, se vuoi, alla nostra base.

Ora, usan­do il pen­sie­ro diret­to, tenia­mo la men­te su un punto.

Potrem­mo nota­re, dopo esse­re tor­na­ti a un pun­to foca­le, che il respi­ro è abba­stan­za rilas­sa­to, più rilas­sa­to di pri­ma. A que­sto pun­to, dopo aver dif­fu­so l’e­ner­gia del respi­ro attra­ver­so il cor­po, pos­sia­mo sco­pri­re che il respi­ro è abba­stan­za raf­fi­na­to, fine, mor­bi­do, tran­quil­lo. Può esse­re mol­to piacevole.

Pos­sia­mo nota­re che il respi­ro – l’in­spi­ra­zio­ne e l’e­spi­ra­zio­ne – è piut­to­sto bre­ve. Dopo aver dif­fu­so il respi­ro in tut­to il cor­po, non abbia­mo biso­gno di respi­ra­re così tan­ta aria.

Poi­ché sia­mo con­sa­pe­vo­li del respi­ro, potrem­mo ave­re una con­sa­pe­vo­lez­za di fon­do del cor­po; pos­sia­mo nota­re che il cor­po è per­va­so con faci­li­tà. Il cor­po, in que­sta fase, può esse­re ecce­zio­nal­men­te tran­quil­lo; può sem­bra­re mol­to leg­ge­ro, morbido.

Dopo aver tenu­to la men­te sul respi­ro in un pun­to per un po ‘di tem­po, potrem­mo quin­di deci­de­re di amplia­re anco­ra una vol­ta la nostra con­sa­pe­vo­lez­za, ren­den­do l’in­te­ro cor­po l’og­get­to del­la nostra con­sa­pe­vo­lez­za. Ora, men­tre man­te­nia­mo una pie­na con­sa­pe­vo­lez­za del cor­po e per­met­tia­mo all’e­ner­gia del respi­ro di dif­fon­der­si, per­va­de­re il cor­po – for­se, in que­sta fase, stia­mo pra­ti­can­do la respi­ra­zio­ne di tut­to il cor­po – potrem­mo spe­ri­men­ta­re una mag­gio­re con­cen­tra­zio­ne. Vale a dire, le qua­li­tà del jha­na potreb­be ora esse­re più svi­lup­pa­to. L’e­ner­gia del respi­ro, che scor­re attra­ver­so il cor­po, può esse­re mol­to dol­ce, rilas­sa­ta. Potreb­be esser­ci una qua­li­tà di pia­ce­re anco­ra più for­te. La men­te, dato il livel­lo di pia­ce­re, può esse­re piut­to­sto con­ten­ta di rima­ne­re esat­ta­men­te dov’è, nel cor­po. Il nostro inte­res­se per il pen­sie­ro può esse­re tra­scu­ra­bi­le. La nostra pre­oc­cu­pa­zio­ne per gli argo­men­ti del­la nostra vita, le nostre rela­zio­ni, il lavo­ro, ecc. Può esse­re mini­ma, for­se inesistente.

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Il Bud­d­ha lo descri­ve così:

Non c’è nien­te del suo inte­ro cor­po non per­va­so da esta­si e pia­ce­re nati dal­l’i­so­la­men­to. E men­tre rima­ne così atten­to, arden­te e riso­lu­to, tut­ti i ricor­di e le riso­lu­zio­ni rela­ti­vi alla vita fami­lia­re ven­go­no abban­do­na­ti, e con il loro abban­do­no la sua men­te si rac­co­glie e si asse­sta inte­rior­men­te, diven­ta uni­fi­ca­ta e cen­tra­ta. ( MN 119 )

Il pro­ces­so di medi­ta­zio­ne sul respi­ro si svi­lup­pa spes­so in que­sto modo. Ci sono mol­te varia­zio­ni sul tema, ma la pra­ti­ca, usan­do la nomen­cla­tu­ra dei pas­sag­gi, spes­so va qual­co­sa come: 1, 2, 3, 1,2 3, ecc.

A vol­te si dice – è vero che è un’a­na­lo­gia ine­le­gan­te – che fac­cia­mo sol­di con il respi­ro, li spen­dia­mo nel cor­po; poi, dopo aver spe­so i sol­di, tor­nia­mo al fia­to, fac­cia­mo altri sol­di, poi tor­nia­mo al cor­po e li spen­dia­mo, e così via.

Man mano che svi­lup­pia­mo la nostra abi­li­tà, impa­ria­mo a diven­ta­re sem­pre più abi­li nel lavo­ra­re con l’e­ner­gia del respi­ro. Un aspet­to impor­tan­te del­l’a­bi­li­tà, nel col­ti­va­re il pia­ce­re inte­rio­re, è impa­ra­re a rego­la­re il livel­lo del­l’e­ner­gia. È del tut­to pos­si­bi­le, men­tre pra­ti­chia­mo lo svi­lup­po di una pia­ce­vo­le dimo­ra nel cor­po, che l’e­ner­gia che scor­re attra­ver­so il cor­po pos­sa diven­ta­re trop­po for­te. In effet­ti, l’e­ner­gia del respi­ro può diven­ta­re mol­to for­te. A vol­te l’e­ner­gia può ini­zia­re a muo­ver­si abba­stan­za rapi­da­men­te, con una for­za ecces­si­va. L’e­ner­gia può diven­ta­re fra­sta­glia­ta, ruvi­da. Quan­do l’e­ner­gia diven­ta trop­po for­te, può esse­re spiacevole.

Svi­lup­pan­do la nostra abi­li­tà, impa­ria­mo a rego­la­re l’e­ner­gia quan­do diven­ta trop­po for­te. Impa­ria­mo ad ammor­bi­di­re l’e­ner­gia. Gene­ral­men­te, que­sto si ottie­ne, mol­to sem­pli­ce­men­te, incli­nan­do la men­te; usia­mo la fab­bri­ca­zio­ne inter­na, dicia­mo a noi stes­si di ammor­bi­di­re l’e­ner­gia. Rego­lia­mo l’e­ner­gia, usan­do l’in­ten­zio­ne, nel­lo stes­so modo in cui giria­mo un inter­rut­to­re dim­mer per rego­la­re la lumi­no­si­tà di una luce elettrica.

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Quel­lo che spes­so tro­via­mo, men­tre dif­fon­dia­mo l’e­ner­gia del respi­ro, è che l’e­ner­gia diven­ta un po ‘trop­po for­te. In que­sti casi, appor­tia­mo solo un leg­ge­ro aggiu­sta­men­to. Ammor­bi­dia­mo l’e­ner­gia una fra­zio­ne. Giria­mo leg­ger­men­te l’in­ter­rut­to­re del dimmer.

Spes­so ciò che ser­ve è un pic­co­lo aggiu­sta­men­to, al fine di por­ta­re l’e­ner­gia esat­ta­men­te al livel­lo giusto.

Rego­lan­do l’e­ner­gia del respi­ro, cer­chia­mo di tro­va­re il livel­lo di ener­gia più pia­ce­vo­le. Quan­do il flus­so del­l’e­ner­gia del respi­ro è “giu­sto”, l’e­spe­rien­za del cor­po diven­ta estre­ma­men­te pia­ce­vo­le. Il pia­ce­re fiorisce.

Man mano che impa­ria­mo a svi­lup­pa­re un pia­ce­vo­le dimo­ra­re nel cor­po, pos­sia­mo tra­scor­re­re una quan­ti­tà di tem­po, in qual­sia­si perio­do di medi­ta­zio­ne, sem­pli­ce­men­te risie­den­do in que­sto pia­ce­vo­le dimo­ra­re. Risie­den­do lì, ci nutria­mo del­le qua­li­tà del­la faci­li­tà e del pia­ce­re. Ci per­met­tia­mo di coglie­re que­ste pia­ce­vo­li qua­li­tà. Ban­chet­tia­mo di pia­ce­re. Notia­mo la voglia di alzar­ci da tavo­la, di lascia­re da par­te il buon cibo del­l’a­gio e del pia­ce­re, per pas­sa­re ad altro, ma met­tia­mo da par­te quel­la voglia. Resi­stia­mo alla ten­ta­zio­ne, così pre­va­len­te nel­la nostra cul­tu­ra del­la fret­ta, di pas­sa­re alla cosa suc­ces­si­va. Potrem­mo for­se nota­re, men­tre ci nutria­mo di pia­ce­re, una voce nel­la men­te che ci dice che que­sto è qual­co­sa che non dovrem­mo fare, che stia­mo facen­do qual­co­sa di sba­glia­to, che è sba­glia­to pro­va­re pia­ce­re; ma rico­no­scia­mo que­ste voci, ci ren­dia­mo con­to che stan­no spu­tan­do idee sba­glia­te, non ci arren­dia­mo. Ricor­dia­mo il valo­re nel­lo sta­re dove sia­mo, nel col­ti­va­re il pia­ce­re inte­rio­re. Ricor­dia­mo che nutren­do­ci di que­sto sano pia­ce­re stia­mo agen­do in sin­to­nia con il dhar­ma, stia­mo seguen­do il sen­tie­ro trac­cia­to dal Buddha.

Spes­so, men­tre la medi­ta­zio­ne va avan­ti, sce­glia­mo di esse­re con­sa­pe­vo­li sia del respi­ro che del cor­po allo stes­so tem­po. In que­sta fase, la nostra con­sa­pe­vo­lez­za com­pren­de un pri­mo pia­no e uno sfon­do. Un ogget­to, il respi­ro o il cor­po, è in pri­mo pia­no; l’al­tro è sul­lo sfon­do. Potrem­mo ave­re una chia­ra per­ce­zio­ne del respi­ro che ali­men­ta il cor­po con l’e­ner­gia del respi­ro. L’e­ner­gia del respi­ro, pos­sia­mo nota­re, è mor­bi­da, leg­ge­ra, come una piog­gia leg­ge­ra. Le sen­sa­zio­ni pos­so­no esse­re mol­to, mol­to piacevoli.

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Man­te­nen­do que­sto pia­ce­vo­le dimo­ra­re, ci per­met­tia­mo di assor­bi­re le pia­ce­vo­li sen­sa­zio­ni. Notia­mo la qua­li­tà del pia­ce­re; lo notia­mo: “Pia­ce­re”. Ci per­met­tia­mo di gode­re del piacere.

Man mano che dedi­chia­mo tem­po e impe­gno alla nostra pra­ti­ca, men­tre col­ti­via­mo le qua­li­tà del jha­na, le qua­li­tà di faci­li­tà e pia­ce­re “si accu­mu­la­no” nel cor­po. A poco a poco, assor­bia­mo que­ste qua­li­tà; diven­ta­no par­te del­la nostra con­ti­nua espe­rien­za del cor­po. Allo stes­so modo in cui il cibo che man­gia­mo a cola­zio­ne – fari­na d’a­ve­na e bana­ne – vie­ne assi­mi­la­to dal cor­po e diven­ta par­te del­la strut­tu­ra fisi­ca del cor­po, le qua­li­tà di faci­li­tà e pia­ce­re che col­ti­via­mo nel­la medi­ta­zio­ne riman­go­no, in una cer­ta misu­ra, nel­la corpo.

Più col­ti­via­mo le qua­li­tà jha­na, più spe­ri­men­tia­mo le sen­sa­zio­ni pia­ce­vo­li e pia­ce­vo­li, più pro­fon­de le qua­li­tà di faci­li­tà e pia­ce­re assor­bo­no in noi. E, di con­se­guen­za, diven­ta­no sem­pre più dispo­ni­bi­li per noi, in tut­te le posi­zio­ni, duran­te i nostri gior­ni e le nostre not­ti. Come nota il Bud­d­ha, que­sto è un segno di jha­na: sia­mo in gra­do di acce­de­re in ogni momen­to alle qua­li­tà del­la faci­li­tà e del pia­ce­re. Nel col­ti­va­re un abi­le pia­ce­re inte­rio­re, que­sto è un obiet­ti­vo impor­tan­te: esse­re in gra­do di svi­lup­pa­re un pia­ce­vo­le dimo­ra­re nel cor­po che è a nostra dispo­si­zio­ne men­tre ci impe­gnia­mo nel­le atti­vi­tà del­la nostra vita.

Man mano che diven­tia­mo abi­li nel­la con­sa­pe­vo­lez­za del respi­ro, impa­ria­mo a nutrir­ci del­le qua­li­tà del­la faci­li­tà e del pia­ce­re in modo che, gra­dual­men­te, incar­nia­mo que­ste qua­li­tà. Con­ti­nuia­mo a far­lo, svi­lup­pia­mo la nostra medi­ta­zio­ne, in modo che la qua­li­tà del pia­ce­re inter­no abi­le con­ti­nui a nutrir­ci, men­tre ci muo­via­mo nel­la vita.

La qua­li­tà di un abi­le pia­ce­re inte­rio­re, appren­dia­mo, è “buon cibo”. È il cibo che ci soster­rà, ci soster­rà, men­tre affron­tia­mo le vicis­si­tu­di­ni del­la vita. È il buon cibo che ci raf­for­ze­rà, nei nostri sfor­zi per por­re fine alla nostra sof­fe­ren­za e tro­va­re la vera feli­ci­tà in que­sta vita.

Come dis­se il Buddha:

Come vivia­mo feli­ce­men­te, noi che non abbia­mo nien­te. Ci nutri­re­mo del rapi­men­to come gli dei radio­si . ( Dhp 200 )

Trat­to da Abi­le pia­ce­re: il sen­tie­ro del Bud­d­ha per svi­lup­pa­re un pia­ce­re abi­le © 2020 di Peter Doobinin