L’in­se­gnan­te e stu­dio­so bud­di­sta Jan Wil­lis sul­l’in­se­gna­men­to cen­tra­le del Bud­d­ha: la sua dia­gno­si e cura per la sofferenza.

In que­sti gior­ni ine­splo­ra­ti del Covid-19, sem­bra appro­pria­to con­si­de­ra­re la meta­fo­ra del Bud­d­ha come medico.

Come medi­co del­la con­di­zio­ne uma­na, il Bud­d­ha ci ha for­ni­to una dia­gno­si del­la nostra sof­fe­ren­za (la pri­ma nobi­le veri­tà) e un’e­zio­lo­gia, o cau­sa, del­la nostra sof­fe­ren­za (la secon­da nobi­le veri­tà). Poi ci ha dato una pro­gno­si per la nostra malat­tia (il nir­va­na, la ter­za nobi­le veri­tà) e infi­ne una ricet­ta per il trat­ta­men­to neces­sa­rio (la quar­ta nobi­le veri­tà, il sentiero).

Le quat­tro nobi­li veri­tà sono un pia­no d’a­zio­ne, non sem­pli­ce­men­te una rac­col­ta di idee su cui riflet­te­re. Nel “Pri­mo discor­so” del Bud­d­ha, c’è un’a­zio­ne spe­ci­fi­ca che ci vie­ne ingiun­to di anda­re con cia­scu­na del­le verità.

Per quan­to riguar­da la pri­ma nobi­le veri­tà del­la sof­fe­ren­za, ci vie­ne det­to di com­pren­der­la com­ple­ta­men­te: “Que­sta sof­fe­ren­za, come una nobi­le veri­tà, dovreb­be esse­re pie­na­men­te com­pre­sa”, dis­se il Bud­d­ha. E, allo stes­so modo, con gli altri tre:

“Que­sta ori­gi­ne del­la sof­fe­ren­za, come nobi­le veri­tà, dovreb­be esse­re abbandonata.”

“Que­sta ces­sa­zio­ne del­la sof­fe­ren­za, come una nobi­le veri­tà, dovreb­be esse­re rea­liz­za­ta direttamente”.

“Que­sto per­cor­so che por­ta alla ces­sa­zio­ne del­la sof­fe­ren­za, come una nobi­le veri­tà, dovreb­be esse­re segui­to (col­ti­va­to).”

Natu­ral­men­te, per esse­re com­ple­ta­men­te gua­ri­ti dob­bia­mo effet­ti­va­men­te pren­de­re la medi­ci­na, per­ché come Shan­ti­de­va ha nota­to nel suo clas­si­co del­l’ot­ta­vo seco­lo Way of the Bod­hi­satt­va, “Qua­le inva­li­do biso­gno­so di medi­ci­ne ha igno­ra­to le paro­le del suo medi­co e ha riac­qui­sta­to la salute?”

Tut­ti desi­de­ria­mo esse­re feli­ci ed evi­ta­re la sof­fe­ren­za. Il nostro pro­ble­ma è che cer­chia­mo con­ti­nua­men­te la feli­ci­tà nei modi sba­glia­ti e, di con­se­guen­za, spe­ri­men­tia­mo solo più sof­fe­ren­za. Come pos­sia­mo inter­rom­pe­re il ciclo? In pri­mo luo­go, dob­bia­mo com­pren­de­re in modo più com­ple­to e com­ple­to la nostra sofferenza.

Secon­do il bud­di­smo, ci sono in real­tà tre tipi distin­ti di sof­fe­ren­za. Pri­mo, c’è la sof­fe­ren­za chia­ra e sem­pli­ce (duk­kha-duk­kha). In que­sto par­ti­co­la­re tipo di sof­fe­ren­za, il bud­di­smo inclu­de sof­fe­ren­za sia fisi­ca che men­ta­le: tut­to, dal ron­zio di una zan­za­ra a una frec­cia nel­l’oc­chio, dal sot­ti­le trau­ma di una pan­de­mia al dolo­re di per­de­re una per­so­na cara.

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Secon­do, c’è la sof­fe­ren­za del cam­bia­men­to (vipa­ri­na­ma-duk­kha), come quan­do i tem­pi feli­ci cam­bia­no rapi­da­men­te in quel­li infe­li­ci. Ad esem­pio, ci stia­mo diver­ten­do mol­to alla festa, ma poi l’o­ro­lo­gio suo­na mez­za­not­te e la festa è fini­ta! O stia­mo andan­do a fare un viag­gio in mac­chi­na. È cari­ca­to, tut­to è bloc­ca­to e pro­tet­to, e poi ci ren­dia­mo con­to di aver bloc­ca­to le chia­vi all’in­ter­no! In que­sti momen­ti, quan­do la feli­ci­tà si tra­sfor­ma rapi­da­men­te in sof­fe­ren­za, c’è la sof­fe­ren­za del cambiamento.

Infi­ne, c’è la sof­fe­ren­za che è sem­pli­ce­men­te ine­ren­te al sam­sa­ra fin­tan­to che sia­mo bloc­ca­ti in esso (sam­kha­ra-duk­kha). Nel­la nostra igno­ran­za, voglia­mo che le cose riman­ga­no fis­se, ma è nel­la natu­ra del­le cose nel sam­sa­ra cam­bia­re. Quin­di, quan­do si veri­fi­ca­no ine­vi­ta­bil­men­te cam­bia­men­ti, spe­ri­men­tia­mo sof­fe­ren­za. Inol­tre, desi­de­ria­mo con­ti­nua­men­te, anche se a vol­te solo sot­til­men­te, che le cose sia­no diver­sa­men­te da come sono. Quan­do pos­sia­mo vede­re que­sti model­li e quin­di com­pren­de­re la nostra sof­fe­ren­za, pos­sia­mo ini­zia­re a dimi­nui­re la loro pre­sa su di noi.

La secon­da nobi­le veri­tà iden­ti­fi­ca le cau­se del­la nostra sof­fe­ren­za. Il Bud­d­ha affer­ma che la sua ezio­lo­gia è desi­de­rio e bra­ma. Il nostro desi­de­rio più basi­la­re e radi­ca­to è, come accen­na­to in pre­ce­den­za, che le cose sia­no diver­se da ciò che sono. Se fos­si­mo vera­men­te feli­ci e con­ten­ti, vor­rem­mo che le cose andas­se­ro diversamente?

L’a­zio­ne qui ingiun­ta è sem­pli­ce, seb­be­ne cru­da. Ci vie­ne det­to: “Abban­do­na il desi­de­rio e la bra­ma! Distrug­gi­lo!” Non faci­le. Pos­sia­mo tut­ti vede­re che que­sto richie­de pra­ti­ca! Il desi­de­rio è il car­bu­ran­te che fa gira­re la ruo­ta del sam­sa­ra. Dob­bia­mo por­ta­re via il car­bu­ran­te per fer­ma­re il moto­re del­la ruota.

Ma il desi­de­rio è solo la cau­sa più pal­pa­bi­le; la cau­sa ulti­ma del­la sof­fe­ren­za è la nostra igno­ran­za, che deri­va dal nostro aggrap­par­ci all’er­ra­ta pre­sun­zio­ne del­l’io. Ci met­tia­mo al di sopra di tut­ti gli altri. Ci con­si­de­ria­mo più pre­zio­si, più per­fet­ti sot­to ogni aspet­to, più impor­tan­ti. Que­sta pre­sun­zio­ne – che “io” sono miglio­re di tut­ti gli altri – è la nostra rovi­na. Non pos­sia­mo sfug­gi­re al sam­sa­ra se ci ponia­mo al di sopra di tut­ti gli altri. Natu­ral­men­te, anche tra­sfor­ma­re que­sta con­vin­zio­ne pro­fon­da­men­te radi­ca­ta non è un com­pi­to faci­le. Ma se voglia­mo dav­ve­ro sta­re bene, que­sta è la cura.

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Ma pro­prio quan­do tut­to sem­bra trop­po dif­fi­ci­le da fare in pra­ti­ca, il Bud­d­ha offre una pro­gno­si pro­met­ten­te. Il Nir­va­na, la pace del­l’il­lu­mi­na­zio­ne, è lì ed è pos­si­bi­le otte­ner­lo. La ter­za nobi­le veri­tà ci dice che pos­sia­mo otte­ne­re una buo­na salu­te! La nostra malat­tia può esse­re cura­ta! La nostra sof­fe­ren­za ha fine!

Tut­to quel­lo che dob­bia­mo fare è segui­re il nobi­le sen­tie­ro, cioè col­ti­va­re e far cre­sce­re la nostra pra­ti­ca. A vol­te si dice che que­sto nobi­le sen­tie­ro con­si­sta di 84.000 meto­di diver­si. Ora, il nir­va­na non è un posto! Piut­to­sto, è sem­pli­ce­men­te una vista! Ricor­da cosa dis­se il filo­so­fo bud­di­sta india­no Naga­r­ju­na: “Tra il sam­sa­ra e il nir­va­na, non c’è il mini­mo filo di dif­fe­ren­za”. L’u­ni­ca dif­fe­ren­za è nel­la pro­pria per­ce­zio­ne di esso. Visto con attac­ca­men­to, il nostro mon­do di espe­rien­za è il sam­sa­ra; visto sen­za tale attac­ca­men­to,
è il nirvana.

Anche così, e seb­be­ne il nir­va­na non sia un luo­go, pos­sia­mo dire che il sen­tie­ro nobi­le è il modo in cui ci arri­via­mo. Nel cor­so dei seco­li, man mano che il bud­di­smo si è svi­lup­pa­to ed è migra­to in diver­si pae­si e cul­tu­re, le pra­ti­che ei meto­di medi­ta­ti­vi impie­ga­ti per inau­gu­ra­re il nostro risve­glio indi­vi­dua­le sono sta­ti tra­sfor­ma­ti e amplia­ti. Sia che par­lia­mo di Vipas­sa­na, Tan­tra, Zen, Chan, Won o Bud­di­smo Zen, tut­ti sono “per­cor­si” che mostra­no la via per l’il­lu­mi­na­zio­ne. Sono tut­te medi­ci­ne pre­scrit­te dal Gran­de Medi­co, il Bud­d­ha. Tut­ti cer­ca­no di alle­via­re la nostra sof­fe­ren­za. Ma anco­ra una vol­ta, sen­za pren­de­re noi stes­si la medi­ci­na non pos­sia­mo esse­re gua­ri­ti. Come ha osser­va­to Shan­ti­de­va, “Qua­le inva­li­do è sta­to mai aiu­ta­to, sem­pli­ce­men­te leg­gen­do nei trat­ta­ti del medico?”

Seb­be­ne vari e mol­te­pli­ci, tut­ti que­sti meto­di alla fine si ridu­co­no ad esse­re degli aiu­ti che ci aiu­ta­no a sgre­to­la­re – fino a quan­do non pos­sia­mo com­ple­ta­men­te “abban­do­na­re” (come ci dice la secon­da nobi­le veri­tà) – la nostra fal­sa nozio­ne di un indi­pen­den­te, sé intrin­se­ca­men­te esi­sten­te, o “io” Aggrap­par­si a que­sto fal­so sen­so di “sé” è la nostra igno­ran­za di base, e que­sta igno­ran­za spie­ga tut­ta la nostra sof­fe­ren­za. Solo la sag­gez­za che vede attra­ver­so que­sta igno­ran­za – il nostro erra­to sen­so di “sé” – può alla fine liberarci.

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Un modo sem­pli­ce per riflet­te­re sul­le quat­tro nobi­li veri­tà è offer­to da Lama Thub­ten Yeshe nel suo libro Bud­d­hi­sm in a Nutshell: Essen­tials for Prac­ti­ce and Stu­dy. Dopo aver cal­ma­to il respi­ro e impo­sta­to la pro­pria moti­va­zio­ne per la pra­ti­ca, si dovreb­be con­tem­pla­re quan­to segue:

“Pren­di­ti un po ‘di tem­po per riflet­te­re su cia­scu­na del­le quat­tro nobi­li veri­tà, una alla vol­ta, e guar­da come si rela­zio­na­no alla tua vita. Cer­ca di tro­va­re esem­pi in cui hai rico­no­sciu­to una situa­zio­ne di sof­fe­ren­za, deter­mi­na­to la sua cau­sa, con­clu­so che non dove­va esse­re così e hai posto rime­dio alla situa­zio­ne. Infi­ne, deci­di di appli­ca­re que­sta cono­scen­za alla sof­fe­ren­za ogni vol­ta che la incontri “.

Alla fine di que­sta rifles­sio­ne, dovrem­mo, ovvia­men­te, dedi­ca­re il meri­to, pen­san­do: “In vir­tù di que­sto sfor­zo, pos­so gene­ra­re rapi­da­men­te tut­te le rea­liz­za­zio­ni del sen­tie­ro ver­so l’il­lu­mi­na­zio­ne e diven­ta­re un bud­d­ha a bene­fi­cio di tutti”.

Apren­do la nostra men­te e il nostro cuo­re agli altri sen­za pau­ra, pos­sia­mo spe­ri­men­ta­re la feli­ci­tà e la libe­ra­zio­ne di cui Shan­ti­de­va scris­se tan­to tem­po fa:

Tut­ta la gio­ia che il mon­do con­tie­ne
è arri­va­ta desi­de­ran­do la feli­ci­tà per gli altri.
Men­tre tut­ta la mise­ria che il mon­do con­tie­ne
è venu­ta dal desi­de­rio di pia­ce­re solo per se stessi.