Nel bud­di­smo, le Quat­tro Nobi­li Veri­tà (san­scri­to : cat­vā­ri ārya­sa­tyā­ni ; Pali : cat­tā­ri ariya­sac­cā­ni , “I quat­tro Arya satyas”) sono “le veri­tà dei Nobi­li “, le veri­tà o real­tà per i “degni spi­ri­tua­li”.

Le veri­tà sono:

duk­kha (sof­fe­ren­za, inca­pa­ce di sod­di­sfa­re, dolo­ro­so) è una carat­te­ri­sti­ca inna­ta del­l’e­si­sten­za ad ogni rina­sci­ta;
samu­da­ya (ori­gi­ne, cau­sa) di que­sto duk­kha è la “bra­ma, desi­de­rio o attac­ca­men­to”;
il niro­d­ha (ces­sa­zio­ne, fine) di que­sto duk­kha può esse­re rag­giun­to eli­mi­nan­do ogni “bra­ma, desi­de­rio e attac­ca­men­to”;
mag­ga (sen­tie­ro, nobi­le ottu­pli­ce sen­tie­ro) è il mez­zo per por­re fine a que­sto duk­kha.
Sono tra­di­zio­nal­men­te iden­ti­fi­ca­te come il pri­mo inse­gna­men­to impar­ti­to dal Bud­d­ha, e con­si­de­ra­te uno degli inse­gna­men­ti più impor­tan­ti nel bud­di­smo.

Le quat­tro veri­tà appa­io­no in mol­te for­me gram­ma­ti­ca­li negli anti­chi testi bud­di­sti, ed han­no sia una fun­zio­ne sim­bo­li­ca che una fun­zio­ne pro­po­si­zio­na­le. Sim­bo­li­ca­men­te, rap­pre­sen­ta­no il risve­glio e la libe­ra­zio­ne del Bud­d­ha ed il poten­zia­le per i suoi segua­ci di rag­giun­ge­re la stes­sa sua stes­sa espe­rien­za reli­gio­sa. Come pro­po­si­zio­ni, le Quat­tro veri­tà sono una strut­tu­ra con­cet­tua­le che appa­re nel cano­ne Pali e nel­le pri­me scrit­tu­re bud­di­ste san­scri­te ibri­de. Fan­no par­te del­la più ampia “rete di inse­gna­men­ti” che van­no con­si­de­ra­te qua­le insie­me. For­ni­sco­no un qua­dro con­cet­tua­le per l’in­tro­du­zio­ne e la spie­ga­zio­ne del pen­sie­ro bud­di­sta, che deve esse­re com­pre­so o “vis­su­to” per­so­nal­men­te.

Come pro­po­sta, le quat­tro veri­tà sfi­da­no una defi­ni­zio­ne esat­ta, ma si rife­ri­sco­no ed espri­mo­no l’o­rien­ta­men­to di base del Bud­di­smo: un non custo­di­to con­tat­to sen­so­ria­le dà ori­gi­ne al desi­de­rio ed attac­ca­men­to allo sta­to imper­ma­nen­te ed alle cose, che sono duk­kha, dove “l’in­ca­pa­ci­tà di sod­di­sfa­re” divie­ne dolo­ro­sa. Que­sta bra­ma ci tie­ne cat­tu­ra­ti nel sam­sa­ra, il ciclo infi­ni­to di rina­sci­ta ripe­tu­ta, ed il con­ti­nuo duk­kha che ne deri­va. C’è un modo per ter­mi­na­re que­sto ciclo, cioè rag­giun­gen­do il nir­va­na, la ces­sa­zio­ne del­la bra­ma, da quel momen­to in poi la rina­sci­ta ed il duk­kha che l’ac­com­pa­gna non sor­ge­ran­no più. Que­sto può esse­re rea­liz­za­to seguen­do l’Ot­tu­pli­ce Sen­tie­ro, limi­tan­do le nostre rispo­ste auto­ma­ti­che al con­tat­to sen­so­ria­le e trat­te­nen­do noi stes­si, col­ti­van­do disci­pli­na e sta­ti salu­ta­ri e pra­ti­can­do con­sa­pe­vo­lez­za e dhya­na (medi­ta­zio­ne).

La fun­zio­ne del­le quat­tro nobi­li veri­tà e la loro impor­tan­za si sono svi­lup­pa­te nel tem­po e la tra­di­zio­ne bud­di­sta le ha rico­no­sciu­te len­ta­men­te come il pri­mo inse­gna­men­to del Bud­d­ha. Que­sta tra­di­zio­ne è sta­ta sta­bi­li­ta quan­do pra­j­na, od “intui­zio­ne libe­ra­tri­ce”, è sta­ta con­si­de­ra­ta come libe­ra­tri­ce in sé, anzi­ché od in aggiun­ta alla pra­ti­ca del dhya­na. Que­sta “intui­zio­ne libe­ra­tri­ce” otten­ne un posto di rilie­vo nei sutra e le quat­tro veri­tà arri­va­ro­no a rap­pre­sen­ta­re que­sta intui­zio­ne libe­ra­tri­ce, come par­te del­la sto­ria del­l’il­lu­mi­na­zio­ne del Bud­d­ha. Le quat­tro veri­tà sono diven­ta­te di impor­tan­za cen­tra­le nel­la The­ra­va­da, tra­di­zio­ne del bud­di­smo intor­no al V seco­lo d.C., secon­do cui la com­pren­sio­ne del­le quat­tro veri­tà è libe­ra­tri­ce in sé. Sono meno impor­tan­ti nel­la tra­di­zio­ne Maha­ya­na, che vede gli obiet­ti­vi supe­rio­ri del­l’in­tui­zio­ne di sunya­ta, ed il per­cor­so del Bod­hi­satt­va come ele­men­ti cen­tra­li nei loro inse­gna­men­ti e nel­la loro pra­ti­ca. La tra­di­zio­ne Maha­ya­na ha rein­ter­pre­ta­to le quat­tro veri­tà per spie­ga­re come un esse­re libe­ra­to può anco­ra esse­re “per­va­si­va­men­te ope­ra­ti­vo in que­sto mon­do”. A par­ti­re dal­l’e­splo­ra­zio­ne del bud­di­smo da par­te dei colo­nia­li­sti occi­den­ta­li nel XIX seco­lo e lo svi­lup­po del cosi­ded­det­to Moder­ni­smo bud­di­sta, veni­va­no spes­so pre­sen­ta­te in occi­den­te come l’in­se­gna­men­to cen­tra­le del bud­di­smo, a vol­te con nuo­ve rein­ter­pre­ta­zio­ni moder­ni­ste mol­to diver­se dal­le tra­di­zio­ni bud­di­ste sto­ri­che in Asia.

Verità per i nobili

I ter­mi­ni pali ariya sac­ca (san­scri­to: arya satya) sono comu­ne­men­te tra­dot­ti come “nobi­li veri­tà”. Que­sta tra­du­zio­ne è una con­ven­zio­ne ini­zia­ta dai pri­mi tra­dut­to­ri di testi bud­di­sti in ingle­se. Secon­do KR Nor­man, que­sta è solo una del­le nume­ro­se tra­du­zio­ni pos­si­bi­li.

Qui non si riscon­tra un moti­vo par­ti­co­la­re per cui l’e­spres­sio­ne pali ariya sac­ca­ni deb­ba esse­re tra­dot­ta come “nobi­li veri­tà”. Potreb­be anche esse­re tra­dot­to come “le veri­tà dei nobi­li”, o “le veri­tà per i nobi­li”, o “le veri­tà nobi­li­tan­ti”, o “le veri­tà pos­se­du­te dai nobi­li” […] In effet­ti in Pali l’e­spres­sio­ne (ed il suo equi­va­len­te san­scri­to) può signi­fi­ca­re tut­to ciò, seb­be­ne i com­men­ta­to­ri pali pon­go­no “le nobi­li veri­tà” come le meno impor­tan­ti nel­la loro com­pren­sio­ne.

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Il ter­mi­ne “arya” è sta­to suc­ces­si­va­men­te aggiun­to alle quat­tro veri­tà. Il ter­mi­ne ariya (san­scri­to: arya) può esse­re tra­dot­to come “nobi­le”, “non ordi­na­rio”, “pre­zio­so”, “pre­zio­so”, “puro”.

Gli Arya sono i nobi­li, i san­ti, colo­ro che han­no rag­giun­to “i frut­ti del sen­tie­ro”, “quel per­cor­so inter­me­dio che il Tatha­ga­ta ha com­pre­so e che pro­muo­ve la vista e la cono­scen­za e che ten­de alla pace, alla sag­gez­za supe­rio­re, all’il­lu­mi­na­zio­ne e al Nib­ba­na” .

Il ter­mi­ne sac­ca (san­scri­to: satya ) è un ter­mi­ne cen­tra­le nel pen­sie­ro e nel­la reli­gio­ne india­ni. In gene­re è tra­dot­to come “veri­tà”; ma signi­fi­ca anche “ciò che è in accor­do con la real­tà”, o “real­tà”. Secon­do Rupert Gethin, le quat­tro veri­tà sono “quat­tro” cose vere “o” real­tà “la cui natu­ra, ci vie­ne det­to, il Bud­d­ha ha final­men­te com­pre­so nel­la not­te del suo risve­glio.” Fun­zio­na­no come “una como­da strut­tu­ra con­cet­tua­le per dare un sen­so al pen­sie­ro bud­di­sta”. Secon­do KR Nor­man, pro­ba­bil­men­te la miglio­re tra­du­zio­ne è “la veri­tà del nobi­le (il Bud­d­ha)”. È un’af­fer­ma­zio­ne di come le cose sono viste da un Bud­d­ha, di come sono real­men­te le cose se viste cor­ret­ta­men­te. È il modo sin­ce­ro di vede­re. Non veden­do le cose in que­sto modo e com­por­tan­do­ci di con­se­guen­za, sof­fria­mo.

Funzione simbolica e proposizionale

Secon­do Ander­son, le quat­tro veri­tà han­no sia una fun­zio­ne sim­bo­li­ca che pro­po­si­zio­na­le:

le quat­tro nobi­li veri­tà sono vera­men­te sepa­ra­te nel cor­po degli inse­gna­men­ti del Bud­d­ha, non per­ché sono per defi­ni­zio­ne sacre, ma per­ché sono sono sia un sim­bo­lo che una dot­tri­na e sono tra­sfor­ma­ti­ve all’in­ter­no del­la sfe­ra del­la giu­sta visio­ne. Come una dot­tri­na tra le altre, le quat­tro nobi­li veri­tà ren­do­no espli­ci­ta la strut­tu­ra all’in­ter­no del­la qua­le si dovreb­be cer­ca­re l’il­lu­mi­na­zio­ne; come sim­bo­lo, le quat­tro nobi­li veri­tà evo­ca­no la pos­si­bi­li­tà del­l’il­lu­mi­na­zio­ne. Occu­pa­no, quin­di, non solo una posi­zio­ne cen­tra­le ma sin­go­la­re all’in­ter­no del cano­ne e del­la tra­di­zio­ne The­ra­va­da.

Come sim­bo­lo, si rife­ri­sco­no alla pos­si­bi­li­tà di risve­glio, come rap­pre­sen­ta­to dal Bud­d­ha, e sono del­la mas­si­ma impor­tan­za:

Le quat­tro nobi­li veri­tà sono con­si­de­ra­te nel cano­ne come il pri­mo inse­gna­men­to del Bud­d­ha, fun­zio­na­no come una visio­ne o dot­tri­na che assu­me una fun­zio­ne sim­bo­li­ca. Lad­do­ve le quat­tro nobi­li veri­tà appa­io­no nel­le vesti di un sim­bo­lo reli­gio­so nel­la Sut­ta-pita­ka e nel­la Vina­ya-pita­ka del cano­ne Pali, esse rap­pre­sen­ta­no l’e­spe­rien­za del­l’il­lu­mi­na­zio­ne del Bud­d­ha e la pos­si­bi­li­tà del­l’il­lu­mi­na­zio­ne per tut­ti i bud­di­sti all’in­ter­no del cosmo.

Come pro­po­si­zio­ne, fan­no par­te del­la matri­ce o “rete di inse­gna­men­ti”, in cui sono “non par­ti­co­lar­men­te cen­tra­li”, ma han­no un posto ugua­le accan­to ad altri inse­gna­men­ti, che descri­vo­no come rag­giun­ge­re la libe­ra­zio­ne dal­la bra­ma. Una carat­te­ri­sti­ca rico­no­sciu­ta da tem­po del cano­ne The­ra­va­da, è che man­ca di una “strut­tu­ra gene­ra­le e glo­ba­le del per­cor­so ver­so il Nib­ba­na “.

I sutra for­ma­no una rete o una matri­ce e le quat­tro veri­tà appa­io­no all’in­ter­no di que­sta “rete di inse­gna­men­ti”, che devo­no esse­re pre­se insie­me. All’in­ter­no di que­sta rete, “le quat­tro nobi­li veri­tà sono una dot­tri­na tra le altre e non sono par­ti­co­lar­men­te cen­tra­li”, ma fan­no par­te del­la “inte­ra matri­ce del Dham­ma “. Le quat­tro nobi­li veri­tà sono sta­bi­li­te e appre­se in quel­la rete, impa­ran­do “come i vari inse­gna­men­ti si inter­se­ca­no tra loro”, e si rife­ri­sco­no alle varie tec­ni­che bud­di­ste, che sono tut­te espli­ci­ta­men­te e impli­ci­ta­men­te par­te dei pas­sag­gi che fan­no rife­ri­men­to alle quat­tro veri­tà. Secon­do Ander­son,

Non esi­ste un solo modo di com­pren­de­re gli inse­gna­men­ti: un inse­gna­men­to può esse­re usa­to per spie­ga­re un altro in un pas­sag­gio; la rela­zio­ne può esse­re inver­ti­ta o modi­fi­ca­ta in altri discor­si.

Spiegazione delle quattro verità

Duk­kha e la sua fine

Come una pro­po­sta, le quat­tro veri­tà sfi­da­no una defi­ni­zio­ne pre­ci­sa, ma si rife­ri­sco­no ed espri­mo­no l’o­rien­ta­men­to di base del Bud­di­smo : il con­tat­to sen­so­ria­le dà luo­go all’ag­grap­par­si al desi­de­rio di sta­ti tem­po­ra­nei e cose, che è in defi­ni­ti­va insod­di­sfa­cen­te e dolo­ro­so, duk­kha, e sostie­ne il sam­sa­ra, il ciclo ripe­tu­to di bha­va (dive­ni­re, ten­den­ze abi­tua­li) e jāti (“nasci­ta”, inter­pre­ta­to come una rina­sci­ta, la nasci­ta di una nuo­va esi­sten­za o come il sor­ge­re del sen­so di sé come feno­me­no men­ta­le). Seguen­do il per­cor­so bud­di­sta, la bra­ma e l’ag­grap­par­si pos­so­no esse­re limi­ta­ti, la pace del­la men­te è la vera feli­ci­tà, pos­so­no esse­re rag­giun­te e il ciclo ripe­tu­to di dive­ni­re e nasci­ta ripe­tu­ti ver­rà fer­ma­to.

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La veri­tà del duk­kha, “inca­pa­ce di sod­di­sfa­re”, “dolo­ro­so”, è l’in­tui­zio­ne di base che il sam­sa­ra, la vita in que­sto “mon­do mon­da­no”, con il suo aggrap­par­si e bra­ma­re a sta­ti e cose imper­ma­nen­ti ” è duk­kha, cioè insod­di­sfa­cen­te e dolo­ro­so. Ci aspet­tia­mo la feli­ci­tà da sta­ti e cose che sono imper­ma­nen­ti e quin­di non pos­so­no far­ci rag­giun­ge­re la vera feli­ci­tà.

La veri­tà di samu­da­ya, “sor­ge­re”, “riu­nir­si”, o duk­kha-samu­da­ya, l’o­ri­gi­ne o il sor­ge­re di duk­kha, è la veri­tà che ha ripe­tu­to la vita in que­sto mon­do e il suo duk­kha asso­cia­to sor­ge o con­ti­nua con taṇ­hā, “sete”, bra­man­do e aggrap­pan­do­si a que­sti sta­ti e cose imper­ma­nen­ti. Que­sto aggrap­par­si e bra­ma­re pro­du­ce kar­ma, che por­ta al rin­no­va­to dive­ni­re, tenen­do­ci intrap­po­la­ti nel­la rina­sci­ta e nel­la rin­no­va­ta insod­di­sfa­zio­ne. La bra­ma com­pren­de kama-tan­ha, desi­de­ran­do i pia­ce­ri dei sen­si; bha­va-tan­ha, desi­de­ro­so di con­ti­nua­re il ciclo del­la vita e del­la mor­te, com­pre­sa la rina­sci­ta; e vib­ha­va-tan­ha, desi­de­ro­si di non spe­ri­men­ta­re il mon­do e sen­ti­men­ti dolo­ro­si. Men­tre duk­kha-samu­da­ya, il ter­mi­ne nel­l’in­sie­me base del­le quat­tro veri­tà, è tra­di­zio­nal­men­te tra­dot­to e spie­ga­to come “l’o­ri­gi­ne (o la cau­sa) del­la sof­fe­ren­za”, dan­do una spie­ga­zio­ne cau­sa­le di duk­kha, Bra­zier e Bat­che­lor indi­ca­no le più ampie con­no­ta­zio­ni del ter­mi­ne samu­da­ya, “veni­re all’e­si­sten­za insie­me”: insie­me a duk­kha nasce tan­ha, sete. La bra­ma non cau­sa duk­kha, ma nasce insie­me a duk­kha o ai cin­que skan­d­ha. È que­sta bra­ma che deve esse­re limi­ta­ta, come Kon­dan­na ha capi­to alla fine del Dham­ma­cak­kap­pa­vat­ta­na Sut­ta: “qual­sia­si cosa sor­ga ces­sa”.

La veri­tà del niro­d­ha, del­la ces­sa­zio­ne o del duk­kha-niro­d­ha, la ces­sa­zio­ne del duk­kha, è la veri­tà che il duk­kha ces­sa, o può esse­re limi­ta­to, quan­do la bra­ma e l’at­tac­ca­men­to ces­sa­no o sono limi­ta­ti, e si ottie­ne il nir­va­na . Il nir­va­na si rife­ri­sce al momen­to del con­se­gui­men­to stes­so e alla con­se­guen­te pace del­la men­te e del­la feli­ci­tà (khle­sa-nir­va­na), ma anche alla dis­so­lu­zio­ne fina­le dei cin­que skan­d­ha al momen­to del­la mor­te (skan­d­ha-nir­va­na o pari­nir­va­na); nel­la tra­di­zio­ne The­ra­va­da, si rife­ri­sce anche a una real­tà tra­scen­den­ta­le che è “cono­sciu­ta al momen­to del risve­glio”. Secon­do Gethin, “il moder­no uso bud­di­sta ten­de a limi­ta­re” il nir­vāṇa “all’e­spe­rien­za del risve­glio e riser­va­re” pari­nir­vāṇa “all’e­spe­rien­za del­la mor­te. Quan­do si rag­giun­ge il nir­va­na, non si ottie­ne più kar­ma pro­dot­to, e la rina­sci­ta e l’in­sod­di­sfa­zio­ne non sor­ge­ran­no più. La ces­sa­zio­ne è il nir­va­na, la pace del­la men­te. Jose­ph Gold­stein spie­ga:

Ajahn Bud­d­ha­da­sa, un noto mae­stro thai­lan­de­se del seco­lo scor­so, dis­se che quan­do i vil­lag­gi india­ni sta­va­no cuci­nan­do il riso e aspet­tan­do che si raf­fred­das­se, avreb­be­ro potu­to osser­va­re: “Aspet­ta un pò che il riso diven­ti nib­ba­na”. Quin­di qui, nib­ba­na signi­fi­ca il fred­do sta­to d’a­ni­mo, libe­ro dai fuo­chi del­le con­ta­mi­na­zio­ni . Come osser­vò Ajahn Bud­d­ha­da­sa, “Più la men­te è fred­da, più vi è Nib­ba­na in quel momen­to”. Pos­sia­mo nota­re per noi stes­si gli sta­ti rela­ti­vi di fre­schez­za nel­le nostre men­ti men­tre pas­sia­mo la gior­na­ta.

La veri­tà del­la mag­ga si rife­ri­sce al per­cor­so ver­so la ces­sa­zio­ne o la libe­ra­zio­ne da duk­kha . Seguen­do il Nobi­le Ottu­pli­ce Sen­tie­ro , ver­so mok­sha , libe­ra­zio­ne, trat­te­nen­do­si, col­ti­van­do la disci­pli­na e pra­ti­can­do con­sa­pe­vo­lez­za e medi­ta­zio­ne, si ini­zia a disim­pe­gnar­si dal desi­de­rio e dal­l’a­de­ren­za a sta­ti e cose imper­ma­nen­ti, e la rina­sci­ta e l’in­sod­di­sfa­zio­ne saran­no fini­te. Il ter­mi­ne “per­cor­so” vie­ne gene­ral­men­te uti­liz­za­to per indi­ca­re il Nobi­le Ottu­pli­ce Sen­tie­ro, ma altre ver­sio­ni di “il per­cor­so” si tro­va­no anche nel­la Nika­yas. La tra­di­zio­ne The­ra­va­da con­si­de­ra la visio­ne del­le quat­tro veri­tà come una libe­ra­zio­ne in sé.

Il ben noto ottu­pli­ce sen­tie­ro con­si­ste nel­la com­pren­sio­ne che que­sto mon­do è fuga­ce e insod­di­sfa­cen­te, ed in che modo il desi­de­rio ci tie­ne lega­ti a que­sto mon­do fuga­ce; un atteg­gia­men­to ami­che­vo­le e com­pas­sio­ne­vo­le ver­so gli altri; un modo cor­ret­to di com­por­tar­si; con­trol­lo men­ta­le, che signi­fi­ca non nutrir­si di pen­sie­ri nega­ti­vi e nutri­re pen­sie­ri posi­ti­vi; costan­te con­sa­pe­vo­lez­za dei sen­ti­men­ti e del­le rispo­ste che sor­go­no; e la pra­ti­ca del dhya­na, la medi­ta­zio­ne. Il sen­tie­ro aggiun­ge la giu­sta visio­ne (libe­ra­tri­ce) e la libe­ra­zio­ne dal­la rina­sci­ta.

Le quat­tro veri­tà devo­no esse­re inte­rio­riz­za­te, e com­pre­se o “spe­ri­men­ta­te” per­so­nal­men­te, per tra­sfor­mar­le in una real­tà vis­su­ta.

Fine alla rinascita

Le quat­tro veri­tà descri­vo­no il duk­kha e la sua fine come mez­zo per rag­giun­ge­re la pace men­ta­le in que­sta vita, ma anche come mez­zo per por­re fine alla rina­sci­ta.

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Secon­do Geof­frey Samuel, “le Quat­tro Nobi­li Veri­tà […] descri­vo­no le cono­scen­ze neces­sa­rie per intra­pren­de­re la stra­da del­la libe­ra­zio­ne dal­la rina­sci­ta”. Com­pren­den­do le quat­tro veri­tà, si può fer­ma­re que­sto aggrap­par­si e bra­ma­re, rag­giun­ge­re una men­te paci­fi­ca­ta ed esse­re libe­ra­ti da que­sto ciclo di rina­sci­ta e di mor­te. Patrick Oli­vel­le spie­ga che mok­sha è un con­cet­to cen­tra­le nel­le reli­gio­ni india­ne e “signi­fi­ca let­te­ral­men­te liber­tà dal sam­sa­ra”. Mel­vin E. Spi­ro spie­ga inol­tre che “il desi­de­rio è la cau­sa del­la sof­fe­ren­za per­ché il desi­de­rio è la cau­sa del­la rina­sci­ta”. Quan­do il desi­de­rio ces­sa, la rina­sci­ta e la sua sof­fe­ren­za accom­pa­gna­to­ria ces­sa­no. Peter Har­vey spie­ga:

Una vol­ta che è nata la nasci­ta, “invec­chia­men­to e mor­te”, e vari altri sta­ti duk­kha seguo­no. Men­tre dire che la nasci­ta è la cau­sa del­la mor­te può sem­bra­re piut­to­sto sem­pli­ci­sti­co, nel bud­di­smo è un’af­fer­ma­zio­ne mol­to signi­fi­ca­ti­va; per­ché esi­ste un’al­ter­na­ti­va alla nasci­ta. Que­sto per rag­giun­ge­re il Nir­vā­na, ponen­do così fine al pro­ces­so di rina­sci­ta e ribel­lio­ne. Il Nir­vā­na non è sog­get­to al tem­po e al cam­bia­men­to, e quin­di è noto come il “non nato” ; poi­ché non è nato, non può mori­re, e quin­di è anche cono­sciu­to come “sen­za mor­te”. Per rag­giun­ge­re que­sto sta­to, tut­ti i feno­me­ni sog­get­ti alla nasci­ta – i khan­d­ha e i nida­na – devo­no esse­re tra­sce­si median­te il non attac­ca­men­to .

L’ul­ti­mo ser­mo­ne, il Maha-pari­nib­ba­na Sut­ta (Ulti­mi gior­ni del Bud­d­ha, Digha Nika­ya 16) “, lo affer­ma come segue:

[…] è non rea­liz­zan­do, non pene­tran­do nel­le Quat­tro Nobi­li Veri­tà che que­sto lun­go cor­so di nasci­ta e mor­te è sta­to attra­ver­sa­to e subi­to da me e da te […] Ma ora, bhik­khus, che que­sti sono sta­ti rea­liz­za­ti e pene­tra­ti, inter­rot­ta è la bra­ma del­l’e­si­sten­za, distrut­ta è ciò che por­ta al rin­no­va­to dive­ni­re [rina­sci­ta], e non esi­ste un nuo­vo dive­ni­re.

Altre inter­pre­ta­zio­ni
Secon­do Bhik­khu Bud­d­ha­da­sa , la “nasci­ta” non si rife­ri­sce alla nasci­ta e alla mor­te fisi­che, ma alla nasci­ta e mor­te del nostro con­cet­to di sé, “l’e­mer­ge­re del­l’e­go”. Secon­do Bud­d­ha­d­ha­sa,

… il sor­ge­re dipen­den­te è un feno­me­no che dura un istan­te; è imper­ma­nen­te. Per­tan­to, la nasci­ta e la mor­te devo­no esse­re spie­ga­te come feno­me­ni all’in­ter­no del pro­ces­so di insor­gen­za dipen­den­te nel­la vita quo­ti­dia­na del­la gen­te comu­ne. La giu­sta con­sa­pe­vo­lez­za vie­ne per­sa duran­te i con­tat­ti del­le Radi­ci e dei din­tor­ni. Suc­ces­si­va­men­te, quan­do si spe­ri­men­ta la ves­sa­zio­ne per avi­di­tà, rab­bia e igno­ran­za, l’e­go è già nato. È con­si­de­ra­ta una “nasci­ta” “.

Alcu­ni inse­gnan­ti con­tem­po­ra­nei ten­do­no a spie­ga­re psi­co­lo­gi­ca­men­te le quat­tro veri­tà, pren­den­do duk­kha come ango­scia men­ta­le oltre al dolo­re fisi­co del­la vita, ed inter­pre­tan­do le quat­tro veri­tà come un mez­zo per rag­giun­ge­re la feli­ci­tà in que­sta vita. Nel movi­men­to con­tem­po­ra­neo di Vipas­sa­na emer­so dal bud­di­smo The­ra­va­da, la liber­tà e la “ricer­ca del­la feli­ci­tà” sono diven­ta­ti gli obiet­ti­vi prin­ci­pa­li, non la fine del­la rina­sci­ta, che è appe­na men­zio­na­ta nei loro inse­gna­men­ti.

Tut­ta­via, seb­be­ne la liber­tà e la feli­ci­tà fac­cia­no par­te degli inse­gna­men­ti bud­di­sti, que­ste paro­le si rife­ri­sco­no a qual­co­sa di diver­so nel bud­di­smo asia­ti­co tra­di­zio­na­le. Secon­do Fron­sdal, “quan­do gli inse­gnan­ti asia­ti­ci par­la­no di liber­tà, è prin­ci­pal­men­te in rife­ri­men­to a ciò di cui si è libe­ri – cioè, dal­l’a­vi­di­tà, dal­l’o­dio, dal­l’il­lu­sio­ne, dal­l’af­fer­ra­re, dal­l’at­tac­ca­men­to, dal­la visio­ne sba­glia­ta, dal­l’io e, soprat­tut­to, dal­la rina­sci­ta” . [117] Il Nib­ba­na è la liber­tà fina­le e non ha alcu­no sco­po oltre se stes­so. Al con­tra­rio, la liber­tà nel­l’in­ter­pre­ta­zio­ne moder­na e crea­ti­va del­le Quat­tro Nobi­li Veri­tà e del­l’Ot­tu­pli­ce Sen­tie­ro signi­fi­ca vive­re feli­ci e sag­gi, “sen­za cam­bia­men­ti dra­sti­ci nel­lo sti­le di vita”. Tale liber­tà e feli­ci­tà non è l’o­biet­ti­vo di Quat­tro Nobi­li Veri­tà e rela­ti­ve dot­tri­ne all’in­ter­no del bud­di­smo tra­di­zio­na­le, ma gli inse­gna­men­ti vipas­sa­na in Occi­den­te non fan­no rife­ri­men­to alle tra­di­zio­na­li dot­tri­ne The­ra­va­da, inve­ce pre­sen­ta­no solo gli obiet­ti­vi prag­ma­ti­ci ed espe­rien­zia­li sot­to for­ma di tera­pia per la la vita attua­le del pub­bli­co. Le inter­pre­ta­zio­ni crea­ti­ve sono gui­da­te in par­te per­ché le pre­mes­se del bud­di­smo non han­no sen­so per il pub­bli­co al di fuo­ri del­l’A­sia. Secon­do Spi­ro, “il mes­sag­gio bud­di­sta non è sem­pli­ce­men­te un mes­sag­gio psi­co­lo­gi­co”, ma un mes­sag­gio esca­to­lo­gi­co.