Il Dhammacakkappavattana Sutta

Le quat­tro veri­tà sono meglio cono­sciu­te dal­la loro pre­sen­ta­zio­ne nel testo del Dham­ma­cak­kap­pa­vat­ta­na Sut­ta, che con­tie­ne due serie del­le quat­tro veri­tà, men­tre varie altre serie si tro­va­no nel Cano­ne Pāli, una rac­col­ta di scrit­tu­re del­la tra­di­zio­ne bud­di­sta The­ra­va­dan. L’in­sie­me com­ple­to, che è più comu­ne­men­te usa­to nel­le espo­si­zio­ni moder­ne, con­tie­ne erro­ri gram­ma­ti­ca­li, indi­can­do più fon­ti per que­sto insie­me e pro­ble­mi di tra­du­zio­ne all’in­ter­no del­l’an­ti­ca comu­ni­tà bud­di­sta. Tut­ta­via, sono sta­ti con­si­de­ra­ti cor­ret­ti dal­la tra­di­zio­ne Pali, che non li ha cor­ret­ti ulte­rior­men­te.

Secon­do la tra­di­zio­ne bud­di­sta, il Dham­ma­cak­kap­pa­vat­ta­na Sut­ta , “Impo­sta­zio­ne del­la ruo­ta del Dham­ma in movi­men­to”, con­tie­ne i pri­mi inse­gna­men­ti che il Bud­d­ha impar­tì dopo aver otte­nu­to il pie­no risve­glio e la libe­ra­zio­ne dal­la rina­sci­ta. Secon­do LS Cou­sins, mol­ti stu­dio­si riten­go­no che “que­sto discor­so è sta­to iden­ti­fi­ca­to come il pri­mo ser­mo­ne del Bud­d­ha solo in un secon­do momen­to” e secon­do il pro­fes­so­re di reli­gio­ne Carol S. Ander­son le quat­tro le veri­tà potreb­be­ro non esse­re sta­te ori­gi­na­ria­men­te par­te di que­sto sut­ta, ma sono sta­te suc­ces­si­va­men­te aggiun­te in alcu­ne ver­sio­ni. All’in­ter­no di que­sto discor­so, le quat­tro nobi­li veri­tà sono ripor­ta­te come segue (“bhik­kus” è nor­mal­men­te tra­dot­to come “mona­ci bud­di­sti”):

Ora, que­sta, bhik­khus, è la nobi­le veri­tà del­la sof­fe­ren­za: la nasci­ta è sof­fe­ren­za, l’in­vec­chia­men­to è sof­fe­ren­za, la malat­tia è sof­fe­ren­za, la mor­te è sof­fe­ren­za; l’u­nio­ne con ciò che è spia­ce­vo­le è sof­fe­ren­za; la sepa­ra­zio­ne da ciò che è pia­ce­vo­le è la sof­fe­ren­za; non otte­ne­re ciò che si vuo­le è sof­fe­ren­za; in bre­ve, i cin­que aggre­ga­ti sog­get­ti all’a­de­sio­ne stan­no sof­fren­do.

Ora, que­sta, bhik­khus, è la nobi­le veri­tà sul­l’o­ri­gi­ne del­la sof­fe­ren­za: è que­sta bra­ma [ taṇ­hā , “sete”] che por­ta al ri-dive­ni­re , accom­pa­gna­to dal­la gio­ia e dal­la lus­su­ria, alla ricer­ca del­la gio­ia qua e là; cioè, bra­ma di pia­ce­ri sen­sua­li, bra­ma di dive­ni­re, bra­ma di disbo­sca­re.

Ora, que­sta, bhik­khus, è la nobi­le veri­tà del­la ces­sa­zio­ne del­la sof­fe­ren­za: è il resto che sta scom­pa­ren­do e ces­san­do da quel­la stes­sa bra­ma, la rinun­cia e l’ab­ban­do­no, la liber­tà da essa, la non fidu­cia in essa.

Ora, que­sta, bhik­khus, è la nobi­le veri­tà del­la via che por­ta alla ces­sa­zio­ne del­la sof­fe­ren­za: è que­sta nobi­le ottu­pli­ce via; cioè, ret­ta visio­ne, ret­ta inten­zio­ne, ret­ta paro­la, ret­ta azio­ne, giu­sto sosten­ta­men­to, giu­sto sfor­zo, ret­ta con­sa­pe­vo­lez­za, giu­sta con­cen­tra­zio­ne.

Secon­do que­sto sutra, con la com­ple­ta com­pren­sio­ne di que­ste quat­tro veri­tà libe­ra­te dal sam­sa­ra, fu rag­giun­to il ciclo del­la rina­sci­ta:

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Cono­scen­za e visio­ne sono nate in me: ‘Non pro­vo­ca­ta è la mia libe­ra­zio­ne. Que­sta è l’ul­ti­ma nasci­ta. Ora non c’è più alcun dive­ni­re.

La com­pren­sio­ne di que­ste quat­tro veri­tà da par­te del suo pub­bli­co por­ta all’a­per­tu­ra del Dham­ma Eye, cioè al rag­giun­gi­men­to del­la giu­sta visio­ne:

Qua­lun­que cosa sia sog­get­ta all’o­ri­gi­ne è sog­get­ta alla ces­sa­zio­ne.

Insieme di base

Secon­do KR Nor­man, il set di base è il seguen­te:

idam duk­kham, “que­sto è dolo­re“
ayam duk­kha-samu­dayo, “que­sta è l’o­ri­gi­ne del dolo­re“
ayam duk­kha-niro­d­ha, “que­sta è la ces­sa­zio­ne del dolo­re“
ayam duk­kha-niro­d­ha-gami­ni pati­pa­da, “que­sto è il per­cor­so che por­ta alla ces­sa­zio­ne del dolo­re”. I ter­mi­ni chia­ve nel­la ver­sio­ne più lun­ga di que­sta espres­sio­ne, duk­kha-niro­d­ha-gami­ni Pati­pa­da, pos­so­no esse­re tra­dot­ti come segue:
Gami­ni : con­dur­re a, fare per
Pati­pa­da : stra­da, sen­tie­ro, via; i mez­zi per rag­giun­ge­re un obiet­ti­vo o desti­na­zio­ne

Insieme mnemonico

Secon­do KR Nor­man , il cano­ne Pali con­tie­ne varie for­me abbre­via­te del­le quat­tro veri­tà, il “set mne­mo­ni­co”, che “inten­de­va­no ricor­da­re a chi ascol­ta la for­ma com­ple­ta del­le NT”. La pri­ma for­ma del­l’in­sie­me mne­mo­ni­co era “duk­kham samu­dayo niro­d­ho mag­ga”, sen­za il rife­ri­men­to ai ter­mi­ni Pali sac­ca o arya, che furo­no suc­ces­si­va­men­te aggiun­ti alla for­mu­la. I quat­tro ter­mi­ni mne­mo­ni­ci pos­so­no esse­re tra­dot­ti come segue:

Duk­kha - “inca­pa­ce di sod­di­sfa­re”, “la natu­ra insod­di­sfa­cen­te e l’in­si­cu­rez­za gene­ra­le di tut­ti i feno­me­ni con­di­zio­na­ti “; “dolo­ro­so”. Duk­kha è più comu­ne­men­te tra­dot­to come “sof­fe­ren­za”. Secon­do Khan­ti­pa­lo, que­sta è una tra­du­zio­ne erra­ta, poi­ché si rife­ri­sce alla natu­ra in defi­ni­ti­va insod­di­sfa­cen­te di sta­ti e cose tem­po­ra­nei, com­pre­se le espe­rien­ze pia­ce­vo­li ma tem­po­ra­nee. Secon­do Emma­nuel, Duk­kha è l’op­po­sto di sukha, “pia­ce­re”, ed è meglio tra­dot­to come “dolo­re”.

Samu­da­ya : “ori­gi­ne”, “fon­te”, “sor­ge­re”, “veni­re all’e­si­sten­za”; “aggre­ga­to degli ele­men­ti costi­tu­ti­vi o fat­to­ri di qual­sia­si esse­re o esi­sten­za”, “clu­ster”, “aggre­ga­zio­ne”, “com­bi­na­zio­ne”, “cau­sa cau­sa”, “com­bi­na­zio­ne”, “asce­sa”.
Niro­d­ha : ces­sa­zio­ne; pub­bli­ca­zio­ne; con­fi­na­re; “pre­ven­zio­ne, repres­sio­ne, chiu­su­ra, con­te­ni­men­to”

Mar­ga – “per­cor­so”.

Formulazioni alternative

Secon­do LS Cou­sins, le quat­tro veri­tà non sono limi­ta­te alla for­ma ben nota in cui duk­kha è il sog­get­to. Altre for­me pren­do­no “il mon­do, il sor­ge­re del mon­do” o “gli asa­vas , il sor­ge­re degli asa­vas” come sog­get­to. Secon­do Cou­sins, “la for­ma ben nota è sem­pli­ce­men­te una scor­cia­to­ia per tut­te le for­me”. “Il mon­do” si rife­ri­sce ai saṅ­khā­ra, cioè a tut­te le cose com­po­ste, o alle sei sfe­re dei sen­si.

I vari ter­mi­ni indi­ca­no tut­ti la stes­sa idea di base del bud­di­smo, come descrit­to in cin­que skan­d­ha e dodi­ci nida­na. Nel­le cin­que skan­d­ha, il con­tat­to sen­so­ria­le con gli ogget­ti por­ta alla sen­sa­zio­ne e alla per­ce­zio­ne; i saṅ­khā­ra (“incli­na­zio­ni”, bra­ma ecc.) deter­mi­na­no l’in­ter­pre­ta­zio­ne e la rispo­sta a que­ste sen­sa­zio­ni e per­ce­zio­ni e influen­za­no la coscien­za in modi spe­ci­fi­ci. I dodi­ci nida­na descri­vo­no l’ul­te­rio­re pro­ces­so: bra­mo­sia e attac­ca­men­to ( upā­dā­na ) por­ta­no a bha­va (diven­tan­do) e jāti (nasci­ta).

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Nel­l’in­ter­pre­ta­zio­ne orto­dos­sa, il bha­va vie­ne inter­pre­ta­to come kam­ma­b­ha­va, cioè il kar­ma, men­tre il jāti vie­ne inter­pre­ta­to come rina­sci­ta: dal­la sen­sa­zio­ne vie­ne il desi­de­rio, dal desi­de­rio vie­ne il kar­ma, dal kar­ma arri­va la rina­sci­ta. Lo sco­po del sen­tie­ro bud­di­sta è di inver­ti­re que­sta cate­na cau­sa­le: quan­do non c’è (rispo­sta a) sen­sa­zio­ne, non c’è bra­mo­sia, né kar­ma, né rina­sci­ta. Nel bud­di­smo tai­lan­de­se, il bha­va è inter­pre­ta­to come un com­por­ta­men­to che ser­ve bra­ma e attac­ca­men­to, men­tre il jāti è inter­pre­ta­to come la nasci­ta ripe­tu­ta del­l’e­go o del sen­so di sé, che per­pe­tua il pro­ces­so di rispo­ste e azio­ni che ser­vo­no a se stes­se.

Verità per i nobili

I ter­mi­ni pali ariya sac­ca (san­scri­to: arya satya ) sono comu­ne­men­te tra­dot­ti come “nobi­li veri­tà”. Que­sta tra­du­zio­ne è una con­ven­zio­ne ini­zia­ta dai pri­mi tra­dut­to­ri di testi bud­di­sti in ingle­se. Secon­do KR Nor­man, que­sta è solo una del­le nume­ro­se tra­du­zio­ni pos­si­bi­li. Secon­do Paul Wil­liams,

qui non c’è un moti­vo par­ti­co­la­re per cui l’e­spres­sio­ne pali ariya­sac­ca­ni deb­ba esse­re tra­dot­ta come “nobi­li veri­tà”. Potreb­be anche esse­re tra­dot­to come “le veri­tà dei nobi­li”, o “le veri­tà per i nobi­li”, o “le veri­tà nobi­li­tan­ti”, o “le veri­tà pos­se­du­te dai nobi­li” […] In effet­ti in Pali l’e­spres­sio­ne (de il suo equi­va­len­te san­scri­to) può signi­fi­ca­re tut­to ciò, seb­be­ne i com­men­ta­to­ri pali pon­go­no “le nobi­li veri­tà” come le meno impor­tan­ti nel­la loro com­pren­sio­ne.

Il ter­mi­ne “arya” è sta­to suc­ces­si­va­men­te aggiun­to alle quat­tro veri­tà. Il ter­mi­ne ariya (san­scri­to: arya ) può esse­re tra­dot­to come “nobi­le”, “non ordi­na­rio”, “pre­zio­so”, “pre­zio­so”. “puro”. Paul Wil­liams:

Gli Arya sono i nobi­li, i san­ti, colo­ro che han­no rag­giun­to “i frut­ti del sen­tie­ro”, “quel sen­tie­ro inter­me­dio che il Tatha­ga­ta ha com­pre­so che pro­muo­ve la vista e la cono­scen­za e che ten­de alla pace, alla sag­gez­za supe­rio­re, all’il­lu­mi­na­zio­ne e al Nib­ba­na”.

Il ter­mi­ne sac­ca (san­scri­to: satya ) è un ter­mi­ne cen­tra­le nel pen­sie­ro e nel­la reli­gio­ne india­ni. In gene­re è tra­dot­to come “veri­tà”; ma signi­fi­ca anche “ciò che è in accor­do con la real­tà”, o “real­tà”. Secon­do Rupert Gethin , le quat­tro veri­tà sono “quat­tro” cose vere “o” real­tà “la cui natu­ra, ci vie­ne det­to, il Bud­d­ha ha final­men­te capi­to nel­la not­te del suo risve­glio.” Fun­zio­na­no come “una como­da strut­tu­ra con­cet­tua­le per dare un sen­so al pen­sie­ro bud­di­sta”. Secon­do KR Nor­man, pro­ba­bil­men­te la miglio­re tra­du­zio­ne è “la veri­tà del nobi­le (il Bud­d­ha)”. È un’af­fer­ma­zio­ne di come le cose sono viste da un Bud­d­ha, di come sono real­men­te le cose se viste cor­ret­ta­men­te. È il modo sin­ce­ro di vede­re. Non veden­do le cose in que­sto modo e com­por­tan­do­ci di con­se­guen­za, sof­fria­mo.

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Funzione simbolica e proposizionale

Secon­do Ander­son, le quat­tro veri­tà han­no sia una fun­zio­ne sim­bo­li­ca che pro­po­si­zio­na­le:

… le quat­tro nobi­li veri­tà sono vera­men­te sepa­ra­te nel cor­po degli inse­gna­men­ti del Bud­d­ha, non per­ché sono per defi­ni­zio­ne sacre, ma per­ché sono sia un sim­bo­lo che una dot­tri­na all’in­ter­no del­la sfe­ra del­la giu­sta visio­ne. Come una dot­tri­na tra le altre, le quat­tro nobi­li veri­tà ren­do­no espli­ci­ta la strut­tu­ra all’in­ter­no del­la qua­le si dovreb­be cer­ca­re l’il­lu­mi­na­zio­ne; come sim­bo­lo, le quat­tro nobi­li veri­tà evo­ca­no la pos­si­bi­li­tà del­l’il­lu­mi­na­zio­ne. Occu­pa­no non solo una posi­zio­ne cen­tra­le ma sin­go­la­re all’in­ter­no del cano­ne e del­la tra­di­zio­ne The­ra­va­da.

Come sim­bo­lo, si rife­ri­sco­no alla pos­si­bi­li­tà di risve­glio, come rap­pre­sen­ta­to dal Bud­d­ha, e sono del­la mas­si­ma impor­tan­za:

[Quan­do] le quat­tro nobi­li veri­tà sono con­si­de­ra­te nel cano­ne come il pri­mo inse­gna­men­to del Bud­d­ha, fun­zio­na­no come una visio­ne o dot­tri­na che assu­me una fun­zio­ne sim­bo­li­ca. Lad­do­ve le quat­tro nobi­li veri­tà appa­io­no nel­le vesti di un sim­bo­lo reli­gio­so nel­la Sut­ta-pita­ka e nel­la Vina­ya-pita­ka del cano­ne Pali, esse rap­pre­sen­ta­no l’e­spe­rien­za del­l’il­lu­mi­na­zio­ne del Bud­d­ha e la pos­si­bi­li­tà del­l’il­lu­mi­na­zio­ne per tut­ti i bud­di­sti all’in­ter­no del cosmo.

Come pro­po­si­zio­ne, fan­no par­te del­la matri­ce o “rete di inse­gna­men­ti”, in cui sono “non par­ti­co­lar­men­te cen­tra­li”, ma han­no un posto ugua­le accan­to ad altri inse­gna­men­ti, che descri­vo­no come pos­sa esse­re rag­giun­to il libe­rar­si dal­la bra­ma. Una carat­te­ri­sti­ca rico­no­sciu­ta da tem­po del cano­ne The­ra­va­da è che man­ca di una “strut­tu­ra gene­ra­le e glo­ba­le del per­cor­so ver­so il Nib­ba­na “. I sutra for­ma­no una rete od una matri­ce e le quat­tro veri­tà appa­io­no all’in­ter­no di que­sta “rete di inse­gna­men­ti”, che devo­no esse­re pre­se insie­me. All’in­ter­no di que­sta rete, “le quat­tro nobi­li veri­tà sono una dot­tri­na tra le altre e non sono par­ti­co­lar­men­te cen­tra­li”, ma fan­no par­te de “l’in­te­ra matri­ce del Dham­ma “. Le quat­tro nobi­li veri­tà sono sta­bi­li­te e appre­se in quel­la rete, impa­ran­do “come i vari inse­gna­men­ti si inter­se­ca­no tra loro”, e si rife­ri­sco­no alle varie tec­ni­che bud­di­ste, che sono tut­te espli­ci­ta­men­te ed impli­ci­ta­men­te par­te dei pas­sag­gi che fan­no rife­ri­men­to alle quat­tro veri­tà. Secon­do Ander­son,

Non esi­ste un solo modo di com­pren­de­re gli inse­gna­men­ti: un inse­gna­men­to può esse­re usa­to per spie­ga­re un altro in un pas­sag­gio; la rela­zio­ne può esse­re inver­ti­ta o modi­fi­ca­ta in altri discor­si.