Met­ta, o amo­re­vo­le beni­gni­tà, è una del­le pra­ti­che bud­di­ste più impor­tan­ti. Più sem­pli­ce­men­te, met­ta è il desi­de­rio sin­ce­ro per il benes­se­re di se stes­si e degli altri.
Nel descri­ve­re met­ta, il Bud­d­ha usò l’a­na­lo­gia del­la cura che una madre dà alla sua uni­ca figlia. La gen­ti­lez­za amo­re­vo­le è stret­ta­men­te cor­re­la­ta all’am­mor­bi­di­men­to del cuo­re che ci con­sen­te di pro­va­re empa­tia con la feli­ci­tà e la tri­stez­za del mon­do.

La gen­ti­lez­za amo­re­vo­le è anche inte­sa come inna­ta cor­dia­li­tà di un cuo­re aper­to. La sua stret­ta con­nes­sio­ne con l’a­mi­ci­zia si riflet­te nel­la sua somi­glian­za con la paro­la Pali per ami­co, Mit­ta (sut­ta). Però, met­ta è più che un’a­mi­ci­zia con­ven­zio­na­le, poi­ché inclu­de l’es­se­re aper­ti anche ai pro­pri nemi­ci, lega­ti a noi dal­l’em­pa­tia o dal­l’in­tui­zio­ne del­la nostra uma­ni­tà con­di­vi­sa. Met­ta nel­la pra­ti­ca è la col­ti­va­zio­ne del­la nostra capa­ci­tà di beni­gni­tà.
Non impli­ca né il pen­sie­ro posi­ti­vo né l’im­po­si­zio­ne di un atteg­gia­men­to posi­ti­vo arti­fi­cia­le non vi è biso­gno di sen­tir­si amo­re­vo­li o gen­ti­li duran­te la pra­ti­ca met­ta. Piut­to­sto, medi­tia­mo sul­le nostre inten­zio­ni, per quan­to debo­li o for­ti pos­sa­no esse­re. Al cen­tro, la pra­ti­ca del­la gen­ti­lez­za
amo­re­vo­le impli­ca l’e­spres­sio­ne dei nostri desi­de­ri per il benes­se­re e la feli­ci­tà di noi stes­si o degli altri.

Nel­la pra­ti­ca met­ta, annaf­fia­mo i semi del­le nostre buo­ne inten­zio­ni. Quan­do annaf­fia­mo inten­zio­ni sane, svi­lup­pia­mo in noi ten­den­ze sane. Se que­sti semi non ven­go­no mai annaf­fia­ti, non cre­sce­ran­no. Quan­do ven­go­no annaf­fia­ti dal­la pra­ti­ca rego­la­re, cre­sco­no, a vol­te in modo ina­spet­ta­to. Potrem­mo sco­pri­re che la gen­ti­lez­za amo­re­vo­le diven­ta la
moti­va­zio­ne ope­ra­ti­va in una situa­zio­ne che in pre­ce­den­za ha sca­te­na­to rab­bia o pau­ra. Rico­no­sce­re ed espri­me­re la buo­na volon­tà ha un effet­to addol­cen­te sui nostri cuo­ri.
A vol­te que­sto evo­ca sen­ti­men­ti di amo­re, tene­rez­za e calo­re. Altre vol­te que­sto ammor­bi­di­men­to del cuo­re può espor­ci ad emo­zio­ni sepol­te dif­fi­ci­li o dolo­ro­se. Per­met­te­re a
tut­te que­ste emo­zio­ni di emer­ge­re è una fun­zio­ne del­la pra­ti­ca del­la gen­ti­lez­za amo­re­vo­le. Quan­do tro­via­mo dif­fi­col­tà nel rela­zio­nar­ci con gli altri e con noi stes­si con inten­zio­ni di gen­ti­lez­za, la pra­ti­ca di met­ta può for­ni­re un uti­le pun­to di rife­ri­men­to per aiu­tar­ci a vede­re cosa stia­mo effet­ti­va­men­te pro­van­do. L’as­sen­za di gen­ti­lez­za amo­re­vo­le può esse­re un indi­zio impor­tan­te, non per pro­vo­ca­re l’au­to­cri­ti­ca, ma per ricor­dar­ci di ral­len­ta­re e pre­sta­re mag­gio­re atten­zio­ne a ciò che sta real­men­te acca­den­do.
Le pra­ti­che di con­sa­pe­vo­lez­za e gen­ti­lez­za amo­re­vo­le si sosten­go­no a vicen­da. La pra­ti­ca di met­ta inte­gra la con­sa­pe­vo­lez­za inco­rag­gian­do un atteg­gia­men­to di ami­ci­zia nei con­fron­ti del­la nostra espe­rien­za, indi­pen­den­te­men­te da quan­to pos­sa esse­re dif­fi­ci­le. La con­sa­pe­vo­lez­za inte­gra la gen­ti­lez­za amo­re­vo­le pro­teg­gen­do­la dal diven­ta­re par­zia­le o
sen­ti­men­ta­le. Met­ta può favo­ri­re una vici­nan­za nel­le nostre rela­zio­ni con gli altri; la con­sa­pe­vo­lez­za può aiu­tar­ci a man­te­ner­ci in equi­li­brio in quel­le rela­zio­ni. La con­sa­pe­vo­lez­za può por­ta­re la liber­tà; la gen­ti­lez­za amo­re­vo­le assi­cu­ra che il nostro cam­mi­no ver­so la liber­tà non sia distac­ca­to dagli altri

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