Gran par­te del­la nostra sof­fe­ren­za, come indi­vi­dui e come socie­tà, è cau­sa­ta dal­la pau­ra. In effet­ti, secon­do il bud­di­smo, la pau­ra è alla radi­ce del­l’e­go e del sam­sa­ra. Quat­tro eccel­len­ti inse­gnan­ti bud­di­sti discu­to­no del­la pra­ti­ca vita­le di lavo­ra­re con le nostre paure.

È mol­to uti­le esplo­ra­re come pos­sia­mo lavo­ra­re con la pau­ra dal pun­to di vista del viag­gio, del viag­gio del­lo stu­den­te. Come per­cor­ria­mo il sen­tie­ro del­la pau­ra? La pau­ra non è cosa da poco. In mol­ti modi limi­ta le nostre vite; ci impri­gio­na. La pau­ra è anche uno stru­men­to di oppres­sio­ne. Per pau­ra fac­cia­mo mol­te cose dan­no­se, sia indi­vi­dual­men­te che col­let­ti­va­men­te, e le per­so­ne che han­no fame di pote­re sugli altri lo san­no e lo sfrut­ta­no. Pos­so­no por­tar­ci a fare cose attra­ver­so la paura.

La pau­ra è una cosa mol­to com­pli­ca­ta. A vol­te riven­di­chia­mo la vir­tù, ma in real­tà abbia­mo pau­ra di esse­re cat­ti­vi. Le nostre buo­ne azio­ni sono una vera vir­tù o solo pau­ra? La pau­ra ci impe­di­sce anche di alza­re la voce quan­do sap­pia­mo di dover­lo fare. La pau­ra è spes­so ciò che indu­ce le per­so­ne ad abban­do­na­re il sen­tie­ro del dhar­ma. Quan­do le cose ini­zia­no a diven­ta­re più pro­fon­de, al di là del­l’au­to-miglio­ra­men­to, mol­ti incon­tra­no la pau­ra e dico­no: “Que­sto per­cor­so non fa per me”.

La cau­sa essen­zia­le del­la nostra sof­fe­ren­za e ansia è la nostra igno­ran­za del­la natu­ra del­la real­tà e la nostra insi­sten­za nel vole­re aggrap­par­ci a qual­co­sa che è illu­so­rio. Que­sto è indi­ca­to come l’e­go ed il car­bu­ran­te per il vei­co­lo del­l’e­go è la pau­ra. L’e­go cre­sce con la pau­ra, quin­di a meno che non risol­via­mo il pro­ble­ma del­la pau­ra, non capi­re­mo né incar­ne­re­mo alcun sen­so di assen­za di ego o di non-me.

La pau­ra ha due estre­mi. Ad un estre­mo ci con­ge­lia­mo. Sia­mo let­te­ral­men­te pie­tri­fi­ca­ti come una roc­cia. All’al­tro estre­mo, sia­mo pre­si dal pani­co. Come tro­via­mo la nostra stra­da attra­ver­so que­sti estremi?

Abbia­mo le nostre pau­re quo­ti­dia­ne con­sa­pe­vo­li: di qual­che momen­to di peri­co­lo, di un inci­den­te, di una dia­gno­si di cat­ti­va salu­te. Ma c’è anche una cor­ren­te sot­ter­ra­nea di pau­ra, che è mol­to rile­van­te per i pra­ti­can­ti. Que­sta cor­ren­te sot­ter­ra­nea di pau­ra si nascon­de die­tro mol­te del­le nostre abi­tu­di­ni. Que­sto è il moti­vo per cui è così dif­fi­ci­le sta­re fer­mi o sta­re in pie­di sen­za muo­ver­si, o aspet­ta­re in fila, sen­za fare nul­la in par­ti­co­la­re, sen­za sen­tir­si ner­vo­si o irre­quie­ti. Abbia­mo pau­ra di sta­re fermi. 

Per­ché implo­ria­mo così tan­ti pen­sie­ri tut­to il tem­po? Ci sedia­mo e pro­via­mo a cal­ma­re la men­te, ma essa river­be­ra anco­ra e anco­ra, pro­du­cen­do gran­di quan­ti­tà di pen­sie­ri, pic­co­li e gran­di, rosa e gial­li, mor­bi­di o visci­di. Per­ché? È a cau­sa di que­sta cor­ren­te sot­ter­ra­nea di pau­ra. È come se doves­si­mo man­te­ne­re le cose in movi­men­to. Dob­bia­mo rima­ne­re distrat­ti ad un livel­lo fon­da­men­ta­le. Dob­bia­mo man­te­ne­re il nostro slan­cio in avan­ti, per­ché è così spa­ven­to­so pen­sa­re che si fer­mi. Una vol­ta che abbia­mo sepa­ra­zio­ne e dua­li­tà, dob­bia­mo man­te­ne­re lo slan­cio. Il pro­ble­ma con l’e­go e la dua­li­tà è che ad un cer­to livel­lo sap­pia­mo che è una fin­zio­ne, ma dob­bia­mo con­ti­nua­re così. Quin­di par­te del­la cor­ren­te sot­ter­ra­nea del­la pau­ra è la pau­ra di esse­re trovati.

Ci sono mol­te fasi nel per­cor­so del pra­ti­can­te in cui vie­ne ela­bo­ra­ta la pau­ra, ma è mol­to impor­tan­te sape­re dove ini­zia que­sto per­cor­so, in modo da poter ini­zia­re con il pie­de giu­sto. Il pun­to di par­ten­za si chia­ma sen­tie­ro stret­to, dove affron­ti la tua espe­rien­za. Esa­mi­ni la pau­ra e la ana­liz­zi nel­le sue com­po­nen­ti. Da dove nasce? Qual è la sen­sa­zio­ne quan­do hai pau­ra? Che tipo di pen­sie­ri cor­ro­no nel­la tua men­te quan­do sei in uno sta­to di pau­ra? Qual è il tuo model­lo par­ti­co­la­re? Sei nel pani­co? Ti con­ge­li? Sei mol­to impe­gna­to e cer­chi di siste­ma­re tut­to? Ti arrab­bi? In que­sta fase del viag­gio, cer­chi di capi­re la tua espe­rien­za, cer­chi di scomporla.

Per fare que­sto, aiu­ta a vede­re le cose come si pre­sen­ta­no – pri­ma che cre­sca­no al mas­si­mo e tu sia intrap­po­la­to nel loro domi­nio – a quel pun­to non puoi più fare mol­to al riguar­do. Nel­la pra­ti­ca del­la medi­ta­zio­ne ral­len­ti le cose e que­sto ti per­met­te di vede­re il sor­ge­re più sot­ti­le. Ral­len­tan­do si può inter­rom­pe­re il pas­sag­gio del fiam­mi­fe­ro acce­so al maz­zo di foglie sec­che. Puoi dire: “Non ho biso­gno di anda­re lì. Pos­so vede­re cosa sta arri­van­do. ” Puoi cat­tu­ra­re le cose men­tre sono anco­ra gesti­bi­li. Com­pren­de­re, esa­mi­na­re, cono­sce­re, ral­len­ta­re: que­sti sono i pri­mi pas­si per lavo­ra­re con la pau­ra, l’i­ni­zio del per­cor­so ver­so il coraggio.

La grotta del drago blu

Di John Daido Loori, Roshi

Ciò che sta­va facen­do il padro­ne del­la nazio­ne era assu­mer­si la respon­sa­bi­li­tà di quel­la che Zor­ba, il gre­co, chia­ma­va “la cata­stro­fe com­ple­ta”. La nostra ten­den­za, al con­tra­rio, è di fare la vit­ti­ma, il che signi­fi­ca che non pos­sia­mo fare nul­la. Pen­so: “Mi ha fat­to impaz­zi­re. È col­pa loro. Non c’è nul­la che pos­sa fare. Ma quan­do mi ren­do con­to che solo io pos­so arrab­biar­mi, allo­ra ho il pote­re di fare qual­co­sa per la mia rab­bia. La stes­sa cosa acca­de con la paura. 

Il pro­lo­go del koan dice:

Con­fi­na­to in una gab­bia appe­sa ad un muro, impri­gio­na­to tra le sbar­re, se indu­gi in pen­sie­ri che repri­mo­no il tuo poten­zia­le, rimar­rai bloc­ca­to nel­la pau­ra e con­ge­la­to nel­l’i­na­zio­ne. Se, d’al­tra par­te, avan­zi corag­gio­sa­men­te e sen­za esi­ta­zio­ne, mani­fe­sti il ​​tuo pote­re come un segua­ce com­pe­ten­te del­la via, attra­ver­san­do indi­stur­ba­ti gro­vi­gli e bar­rie­re di tem­po e sta­gio­ne. Si rag­giun­ge una gran­de pace. Come avan­za­re corag­gio­sa­men­te e sen­za esitazione?

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La pau­ra sor­ge nel momen­to in cui ti chie­di, di cosa si trat­ta? Ine­vi­ta­bil­men­te, non ha nul­la a che fare con il momen­to pre­sen­te. Ha a che fare con il futu­ro, ma il futu­ro non esi­ste. Non è anco­ra suc­ces­so. Il pas­sa­to non esi­ste. È già suc­ces­so. Tut­to quel­lo che hai è ciò che è pro­prio qui, pro­prio ora. E tor­na­re a casa nel momen­to pre­sen­te fa la dif­fe­ren­za nel modo in cui affron­ti la paura. 

Ci sono mol­ti tipi di corag­gio. Chö­gyam Trung­pa Rin­po­che era soli­to par­la­re di “com­pas­sio­ne idio­ta”. Bene, c’è anche un po’ di corag­gio idio­ta, che è solo esse­re stu­pi­di. Se rima­ni cal­mo men­tre tut­ti gli altri sono nel pani­co, potre­sti non capi­re il pro­ble­ma. Quan­do si par­la di “anda­re avan­ti sen­za pau­ra” non si trat­ta di questo. 

C’è anche il corag­gio che nasce dal­la rab­bia, che deri­va dal tra­sfor­ma­re la tua pau­ra in rab­bia di fron­te al peri­co­lo, ma que­sta non è una solu­zio­ne dura­tu­ra. C’è il corag­gio dei gio­va­ni, il tipo di per­so­ne che i mili­ta­ri ama­no man­da­re in guer­ra. Quan­do hai dicias­set­te o diciot­to anni, potre­sti sen­tir­ti invin­ci­bi­le, ma la fal­sa invul­ne­ra­bi­li­tà non è una for­ma sag­gia di corag­gio. Il corag­gio è poten­zia­to dal­la pau­ra. Non puoi svi­lup­pa­re il corag­gio – corag­gio rea­le, com­pas­sio­ne­vo­le e gene­ro­so – sen­za pau­ra. Il corag­gio nasce dal­la paura. 

“… se indu­gi in pen­sie­ri che sof­fo­ca­no il tuo poten­zia­le, sarai bloc­ca­to nel­la pau­ra e con­ge­la­to nell’inazione.”

È allo­ra che ci con­ge­lia­mo in pre­sen­za del­la pau­ra. For­se abbia­mo tut­to il poten­zia­le di un leo­ne, un Bud­d­ha, ma nel momen­to in cui ini­zia­mo ad ana­liz­za­re e pro­iet­ta­re, dia­mo pie­de – non alla liber­tà – ma a più cose da ana­liz­za­re. Pos­sia­mo pen­sa­re a tut­ti i tipi di razio­na­liz­za­zio­ni per la nostra pau­ra, ma non sem­bra­no aiu­ta­re. La defi­nia­mo, la clas­si­fi­chia­mo, la ana­liz­zia­mo, la giu­di­chia­mo, la com­pren­dia­mo, ma la pau­ra persiste.

“Se, d’al­tra par­te, avan­zi corag­gio­sa­men­te e sen­za esi­ta­zio­ne, mani­fe­sti il ​​tuo pote­re come adep­to com­pe­ten­te del­la via.”

Que­sto pote­re pro­vie­ne diret­ta­men­te dal­la medi­ta­zio­ne. Nel­lo zazen, ogni vol­ta che rico­no­sci un pen­sie­ro lo lasci anda­re e ritor­ni al momen­to pre­sen­te, cre­sci jori­ki , il pote­re del­la con­cen­tra­zio­ne. Più ti sie­di, più ti sen­ti pro­fon­do, più jori­ki cre­sci e più ti avvi­ci­ni all’u­sci­ta del cor­po e del­la men­te. Medi­ta­zio­ne signi­fi­ca anda­re dove sei già, quel­lo che hai già. Pun­ta diret­ta­men­te alla men­te uma­na, pun­tan­do costan­te­men­te indie­tro a noi stessi. 

“… Pas­san­do attra­ver­so gro­vi­gli e bar­rie­re indi­stur­ba­te del tem­po e del­la sta­gio­ne. Si rag­giun­ge una gran­de pace ”.

Que­sto è ciò che chia­mia­mo la pri­ma­ve­ra peren­ne, la pri­ma­ve­ra peren­ne del­l’il­lu­mi­na­zio­ne. Sem­pre pre­sen­ti e per­fet­ti, che lo fac­cia­mo o no. 

“Come fai ad avan­za­re corag­gio­sa­men­te sen­za esitazione?”

Per que­sto mi rife­ri­rò al ver­so che cul­mi­na, alla sua espres­sio­ne poetica:

La grot­ta del dra­go blu è minacciosa.

Solo i corag­gio­si osa­no entrare.

È qui che si rive­la chia­ra­men­te la fore­sta dei modelli.

È qui che si nascon­de la per­la matura.

La Grot­ta del Dra­go Blu è dove imma­gaz­zi­nia­mo tut­ti i nostri baga­gli – la nostra acqua di fogna psi­co­lo­gi­ca, per così dire – ed è mol­to dif­fi­ci­le andar­ci. Ci vuo­le un cer­to corag­gio per far­lo. Il pro­ces­so zazen impli­ca que­sto. Coin­vol­ge­re la pau­ra, per poten­zia­re il corag­gio. Quan­do ven­go­no fuo­ri cose lega­te al baga­glio, non usia­mo lo zazen come un altro vei­co­lo di sop­pres­sio­ne. Quan­do qual­co­sa con­ti­nua a emer­ge­re duran­te la medi­ta­zio­ne, è un segno che devi lavo­rar­ci. Devi ela­bo­rar­lo. Devi ela­bo­rar­lo pro­fon­da­men­te e con corag­gio, sen­tir­lo e spe­ri­men­tar­lo, quin­di lasciar­lo anda­re e tor­na­re al momen­to presente. 

Temi la cosa giusta

Di Robert Thurman

Tut­ti pen­sia­mo che la pau­ra sia orri­bi­le e dolo­ro­sa, tut­ta­via i bud­di­sti – mae­stri di psi­co­lo­gia per miglia­ia di anni – non inclu­do­no la pau­ra nel­la lun­ga lista di affli­zio­ni men­ta­li con­te­nu­ta in Abi­d­har­ma, gli inse­gna­men­ti cen­tra­li del­la psi­co­lo­gia bud­di­sta. Vie­ne men­zio­na­ta la rab­bia. Vie­ne men­zio­na­ta l’im­pa­zien­za. Ven­go­no men­zio­na­te mol­te altre affli­zio­ni fami­lia­ri. Ma non la pau­ra. Ho sem­pre pen­sa­to che fos­se sem­pli­ce­men­te diver­ten­te, ma se guar­dia­mo più da vici­no, vedre­mo un modo in cui que­sto ha senso. 

Cer­ta­men­te esse­re libe­ri dal­la pau­ra è cele­bra­to nel bud­d­ha­d­har­ma. Uno dei tre prin­ci­pa­li tipi di resa è pro­teg­ge­re qual­cu­no dal­la pau­ra. È l’es­sen­za del­l’a­b­ha­ya, il mudra del­l’im­pa­vi­di­tà. Que­sto è il famo­so gesto del Bud­d­ha in cui alza la mano con il pal­mo rivol­to ver­so l’e­ster­no. E infat­ti, quan­do diven­ti un bud­d­ha, diven­ti libe­ro dal­la paura.

In cir­co­stan­ze nor­ma­li, la pau­ra non è un pro­ble­ma, quin­di non è elen­ca­ta tra le affli­zio­ni. La pau­ra è una cosa sana in gene­ra­le. È la con­sa­pe­vo­lez­za del peri­co­lo. La pau­ra ci pro­teg­ge; è ciò che ci aiu­ta a evi­ta­re di vaga­re nel­la tana di un leo­ne affamato. 

Quin­di la pau­ra è uti­le in quel sen­so quo­ti­dia­no. È anche uti­le nel sen­so bud­di­sta, sot­to for­ma di pau­ra del­la sof­fe­ren­za, incar­na­ta nel­la pri­ma nobi­le veri­tà. La veri­tà del­la sof­fe­ren­za non è una pre­vi­sio­ne del gior­no del giu­di­zio. Non stai espri­men­do un desti­no ine­vi­ta­bi­le. Al con­tra­rio, ci avver­te del fat­to che non sia­mo con­sa­pe­vo­li di chi sia­mo vera­men­te. Sia­mo per­si riguar­do alla sof­fe­ren­za. Dob­bia­mo esse­re con­sa­pe­vo­li del­la nostra sof­fe­ren­za. In effet­ti, dob­bia­mo teme­re la sof­fe­ren­za. Altri­men­ti, per­ché avrem­mo un moti­vo per fare qual­co­sa al riguardo?

Iniziare con il giusto tipo di paura è il percorso verso il coraggio.

La pau­ra ci moti­ve­rà a cer­ca­re di capi­re il mon­do e noi stes­si, e quan­do lo fare­mo, arri­ve­re­mo ad apprez­za­re la secon­da nobi­le veri­tà: che la sof­fe­ren­za è cau­sa­ta dal­l’a­bi­tu­di­ne di costrui­re un sé asso­lu­to. Vivia­mo la vita come asso­lu­ti, come nes­sun altro impor­ta, ma pos­sia­mo vede­re quel­l’a­bi­tu­di­ne e impa­ra­re che non fun­zio­na. Pos­sia­mo svi­lup­pa­re una pro­fon­da con­cen­tra­zio­ne, una pro­fon­da medi­ta­zio­ne su que­sto e, infi­ne, libe­rar­ci da quel­la sen­sa­zio­ne visce­ra­le di esse­re “il vero me” in oppo­si­zio­ne a tut­to ed a tut­ti gli altri. Se non supe­ria­mo que­sto sen­so del sé asso­lu­to, discen­de­re­mo nei regni infe­rio­ri del­l’es­se­re. Que­sto è qual­co­sa che è ragio­ne­vo­le temere. 

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La ter­za nobi­le veri­tà è il nir­va­na: il fat­to che è pos­si­bi­le diven­ta­re per­ma­nen­te­men­te libe­ri dal­la sof­fe­ren­za e tut­ta­via non esse­re mor­ti. Mol­te per­so­ne nel mon­do pen­sa­no che saran­no per­ma­nen­te­men­te libe­re dal­la sof­fe­ren­za solo moren­do, ma la ter­za nobi­le veri­tà ci dice che è pos­si­bi­le esse­re libe­ri dal­la sof­fe­ren­za ed esse­re anche vivi. Que­sto è il mas­si­mo corag­gio. E Bud­d­ha ci ha offer­to i mez­zi per far­lo sot­to for­ma del­la quar­ta nobi­le veri­tà, che descri­ve un pro­ces­so edu­ca­ti­vo che coin­vol­ge lo stu­dio, la con­cen­tra­zio­ne, la medi­ta­zio­ne e il cam­bia­men­to del tuo modo di vivere. 

Se segui que­sto per­cor­so, rag­giun­ge­rai una fase in cui sarai con­nes­so alla tua nobil­tà ed alla nobil­tà degli altri. Ti ren­di con­to che non esi­ste un sé asso­lu­to, e quin­di il sé è una cosa fles­si­bi­le e rela­zio­na­le, come un mae­stro del­l’ai­ki­do del­la real­tà. Capi­sci te stes­so come intes­su­to con l’u­ni­ver­so. Hai dimi­nui­to il tuo sen­so di iso­la­men­to e alie­na­zio­ne dagli altri, la tua discon­nes­sio­ne dal mon­do. Hai aumen­ta­to e inten­si­fi­ca­to il tuo sen­so di comu­ni­ca­zio­ne con il mon­do. Non hai pau­ra di que­sta connettività.

Si dice che per igno­ran­za temia­mo ciò che non dovrem­mo teme­re e non temia­mo ciò che dovrem­mo teme­re. Nor­mal­men­te temia­mo la con­net­ti­vi­tà, ma in real­tà è la discon­nes­sio­ne che dovrem­mo teme­re. Ini­zia­re con il giu­sto tipo di pau­ra è la stra­da per il coraggio. 

Il gesto di coraggio e l’armatura dell’amore gentile

Di Sylvia Boorstein

Pen­so che que­sta sia sta­ta la pri­ma sto­ria bud­di­sta che ho sen­ti­to quan­do ho ini­zia­to a pra­ti­ca­re tren­t’an­ni fa. Una fero­ce e ter­ri­fi­can­te ban­da di samu­rai sta­va caval­can­do per la cam­pa­gna, dif­fon­den­do pau­ra e dan­ni ovun­que andas­se­ro. Quan­do si sta­va­no avvi­ci­nan­do a un par­ti­co­la­re vil­lag­gio, tut­ti i mona­ci del mona­ste­ro del vil­lag­gio fug­gi­ro­no tran­ne l’a­ba­te. Quan­do la ban­da di guer­rie­ri entrò nel mona­ste­ro, tro­vò l’a­ba­te sedu­to davan­ti alla sala del­l’al­ta­re in una postu­ra per­fet­ta. Il fero­ce capo estras­se la spa­da e dis­se: “Non sai chi sono? Non sai che sono il tipo di per­so­na che può infi­la­re la mia spa­da attra­ver­so di te sen­za nem­me­no bat­te­re ciglio? ” Il mae­stro Zen rispo­se: “E io, signo­re, sono il tipo di per­so­na che può esse­re tra­fit­ta da una spa­da sen­za nem­me­no bat­te­re ciglio”.

Mi ci sono volu­ti mol­ti anni per avvi­ci­nar­mi a quel­la sto­ria. Pen­sa­vo fos­se incon­ce­pi­bi­le poter attra­ver­sa­re qual­co­sa di simi­le sen­za bat­te­re ciglio. Se aves­se­ro fat­to i test di reat­ti­vi­tà quan­do ero gio­va­ne, sono sicu­ro che avreb­be­ro fal­li­to mise­ra­men­te. Un altro moti­vo per cui non mi è pia­ciu­ta la sto­ria è che sem­bra­va così spen­sie­ra­ta riguar­do alla vita. Pen­sa­vo che la sto­ria signi­fi­cas­se che era lo stes­so per il mae­stro Zen, sia che fos­se vis­su­to o che moris­se. E non è affat­to lo stes­so per me. Ovvia­men­te pre­fe­ri­sco vivere.

Non so dav­ve­ro se la sto­ria voglia impli­ca­re che il mae­stro Zen aves­se una visio­ne così pro­fon­da del­l’as­so­lu­to da non discri­mi­na­re real­men­te tra vive­re e mori­re, ma que­sto non ha mol­ta impor­tan­za. Il pun­to, per come lo capi­sco ora, è che ha capi­to che non c’e­ra nien­te che potes­se fare al riguar­do. Di fron­te all’es­se­re ucci­si hai due pos­si­bi­li­tà. Puoi lot­ta­re con il momen­to, fisi­ca­men­te o men­tal­men­te, e crea­re più con­fu­sio­ne nel­la tua men­te. Oppu­re puoi dire, que­sto è sem­pli­ce­men­te ciò che sta acca­den­do. Que­sto è ciò che acca­de quan­do qual­co­sa di così defi­ni­ti­vo come la mor­te è in vista. La men­te lascia anda­re le sue soli­te spe­ran­ze per un’al­tra real­tà, e quan­do lascia anda­re quel­le spe­ran­ze, la men­te si rilas­sa. Non devi cer­ca­re di fare nien­t’al­tro. Quin­di, anche quan­do è la fine, non c’è sofferenza. 

È sta­to mol­to impor­tan­te per me impa­ra­re la dif­fe­ren­za tra sof­fe­ren­za e dolo­re. La sof­fe­ren­za è l’a­gi­ta­zio­ne men­ta­le extra che sor­ge intor­no al dolo­re nel cor­po e nel­la men­te. L’as­sen­za di quel­la ten­sio­ne è l’as­sen­za di sof­fe­ren­za. Il mae­stro Zen è sta­to in gra­do di lasciar anda­re quel­la ten­sio­ne. Anche quel­li di noi che non pra­ti­ca­no da decen­ni pos­so­no lasciar anda­re quel­la ten­sio­ne di fron­te all’i­ne­vi­ta­bi­le. Que­sta non è teo­ria. L’ho visto con i miei ami­ci che stan­no moren­do di cancro. 

Il gesto di corag­gio è un sem­pli­ce gesto di accet­ta­re qua­lun­que cosa stia acca­den­do. Non è il “qua­lun­que” del­l’a­do­le­scen­za, che com­bi­na “non me ne fre­ga nien­te” con un po ‘di aggres­si­vi­tà. Que­sto “qual­sia­si cosa” è il nul­la del­la veri­tà. Le cose acca­do­no per­ché sono suc­ces­se altre cose. Il kar­ma è rea­le. Que­sto è ciò che sta acca­den­do ades­so. Non può esse­re altro che que­sto. Que­sto è quel­lo che è, e quel­la veri­tà è sem­pre confortante.

Il corag­gio vie­ne anche con la bene­vo­len­za e la buo­na volon­tà di fron­te a ciò che ti oppri­me. Hai pau­ra, ma inve­ce di com­bat­te­re ciò che ti met­te di fron­te, lo abbrac­ci e lo accet­ti: svi­lup­pi l’a­mo­re pre­mu­ro­so come un anti­do­to diret­to alla pau­ra. Que­sto è magni­fi­ca­men­te espres­so in una del­le famo­se imma­gi­ni del Bud­d­ha che rap­pre­sen­ta la not­te del­la sua illu­mi­na­zio­ne. Bud­d­ha è sedu­to sot­to l’al­be­ro del­la Bod­hi, sem­bra rilas­sa­to e con­tem­pla­ti­vo, e appa­ren­te­men­te cir­con­da­to da uno scu­do pro­tet­ti­vo. Attor­no a lui ci sono i maras, tut­te le affli­zio­ni che assal­go­no la men­te. Alcu­ni han­no lan­ce pun­ta­te con­tro il Bud­d­ha, e altri sono masche­ra­ti da imma­gi­ni ero­ti­che, cer­can­do di inter­rom­pe­re la con­cen­tra­zio­ne del Bud­d­ha, cer­can­do di gene­ra­re la pau­ra che nasce dal­l’es­se­re attac­ca­ti. Ma Bud­d­ha sie­de immo­bi­le, con una mano a ter­ra come a dire: “Ho il dirit­to di esse­re qui”. Lo scu­do che ti cir­con­da, che ti pro­teg­ge da que­ste affli­zio­ni, è la tua bene­vo­len­za. La sua stes­sa gen­ti­lez­za amo­re­vo­le che risplen­de da lui è ciò che dis­sol­ve tut­te le afflizioni. 

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La nostra stes­sa bene­vo­len­za è, infat­ti, la pro­te­zio­ne che ren­de i nemi­ci impo­ten­ti. Nel­l’im­ma­gi­ne, quan­do le lan­ce e le frec­ce col­pi­sco­no lo scu­do attor­no al Bud­d­ha, cado­no a ter­ra come fio­ri intor­no a lui. Mi pia­ce pen­sa­re a que­sti fio­ri come un’il­lu­stra­zio­ne di come ognu­no di noi, col­ti­van­do una bene­vo­len­za costan­te e immu­ta­bi­le, pos­sa dis­sol­ve­re le for­ze del­la con­fu­sio­ne e del­la pau­ra nel mondo. 

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Di Traleg Kyabgon Rinpoche

Dal pun­to di vista bud­di­sta, la pau­ra è onni­pre­sen­te. Abbia­mo tut­ti la sen­sa­zio­ne di fon­do di non esse­re ben posi­zio­na­ti, di non esse­re al sicu­ro. Abbia­mo una sen­sa­zio­ne esi­sten­zia­le di incer­tez­za e insta­bi­li­tà, e que­sto ci ren­de mol­to ansio­si. Sfor­tu­na­ta­men­te, spes­so appli­chia­mo gli anti­do­ti sba­glia­ti a que­sta costan­te sen­sa­zio­ne di ansia.

Per alle­via­re o cal­ma­re quel­la pau­ra, cer­chia­mo di tro­va­re rifu­gio accu­mu­lan­do ric­chez­za, o cer­can­do di far­ci un gran­de nome, o di fare gin­na­sti­ca, o di ave­re un nuo­vo naso, o qual­sia­si altra cosa. Tut­ta­via, fare que­ste cose più e più vol­te non ci risol­ve. In effet­ti, fa l’op­po­sto. Esa­cer­ba il pro­ble­ma che stia­mo cer­can­do di risol­ve­re. Il bud­di­smo non ci inse­gna ad abban­do­na­re com­ple­ta­men­te tut­te le cose mate­ria­li. Non è que­sto il pun­to. Il pun­to è l’at­teg­gia­men­to che assu­mia­mo nei con­fron­ti di ciò che fac­cia­mo e di ciò che abbia­mo. Quan­do fac­cia­mo cose per cer­ca­re di esse­re al sicu­ro, per sta­bi­li­re il nostro sen­so di iden­ti­tà, stia­mo abba­ian­do all’al­be­ro sba­glia­to. Stia­mo infiam­man­do le nostre emo­zio­ni negative.

L’atto stesso di affrontare la paura è ottenere coraggio.

Quan­do que­ste emo­zio­ni sono infiam­ma­te, le nostre pau­re cre­sco­no. Diven­ta­no com­po­ste. Diven­ta­no cao­ti­che. Come dis­se lo stes­so Bud­d­ha, sia­mo com­ple­ta­men­te impan­ta­na­ti con la pau­ra di non otte­ne­re ciò che voglia­mo, di esse­re sepa­ra­ti da ciò che abbia­mo e di otte­ne­re ciò che non voglia­mo. A meno che non abbia­mo un focus spi­ri­tua­le, non pro­via­mo un vero sen­so di radi­ca­men­to, quin­di i nostri sfor­zi non ripa­ga­no a lun­go ter­mi­ne. Spar­gia­mo le nostre ener­gie psi­chi­che e spi­ri­tua­li a destra, a sini­stra e al cen­tro, lascian­do­ci esau­sti e fru­stra­ti. Pen­sia­mo di aver per­so que­sto o quel­lo, o che tut­ti gli altri sia­no un osta­co­lo nel nostro sfor­zo di miglio­ra­re. Voglia­mo ave­re un cer­to tipo di vita, ma sem­bra che tut­to sia frustrante.

Quan­do ci sen­tia­mo così, sor­go­no tut­ti i tipi di pau­re: pau­ra del­la mor­te, del­la vec­chia­ia, del col­las­so del­la nostra real­tà o di fini­re come nien­te o nes­su­no. D’al­tra par­te, se sia­mo sicu­ri in noi stes­si aven­do tro­va­to una sor­ta di foca­liz­za­zio­ne spi­ri­tua­le, e impa­ria­mo come por­ta­re le nostre ener­gie psi­chi­che e spi­ri­tua­li in noi stes­si, pos­sia­mo sco­pri­re una sor­ta di ric­chez­za inte­rio­re. Se rico­no­scia­mo il pro­fon­do sen­so di vuo­to che sen­tia­mo nel pro­fon­do del nostro esse­re, che non può esse­re riem­pi­to da alcun tipo di amo­re che pos­sia­mo rice­ve­re da altre per­so­ne, o da qual­sia­si som­ma di dena­ro, vedia­mo che può esse­re riem­pi­to solo con il ric­chez­za dal­la nostra col­ti­va­zio­ne spi­ri­tua­le. Se lo fac­cia­mo, spe­ri­men­te­re­mo un sen­so di radi­ca­men­to che ci per­met­te­rà di ridur­re e gesti­re le pau­re che spe­ri­men­tia­mo e alla fine superarle.

L’at­to stes­so di affron­ta­re la pau­ra è otte­ne­re corag­gio. Non fac­cia­mo due cose: pri­ma supe­ria­mo la pau­ra e poi ini­zia­mo il pro­get­to per svi­lup­pa­re il corag­gio. Le pau­re non scom­pa­ri­ran­no magi­ca­men­te. Avre­mo biso­gno di svi­lup­pa­re sta­bi­li­tà e intui­zio­ne. La sta­bi­li­tà di per sé non è suf­fi­cien­te. Sen­tir­si un po’ più cal­mi e rilas­sa­ti non è suf­fi­cien­te per supe­ra­re una pro­fon­da sen­sa­zio­ne di ansia e irre­quie­tez­za al cen­tro del nostro esse­re. Per supe­rar­lo abbia­mo biso­gno di una com­pren­sio­ne pro­fon­da, che, secon­do il bud­di­smo, impli­ca una pro­fon­da rifles­sio­ne nel­la nostra vita. Que­sto inclu­de guar­da­re in pro­fon­di­tà la nostra pau­ra. Guar­da­re in pro­fon­di­tà ci mostra la sua natu­ra e ci inse­gna come lavorarci.

Men­tre guar­dia­mo in pro­fon­di­tà, vedia­mo che non c’è ogget­to di pau­ra sepa­ra­to dal sog­get­to che ha pau­ra. Pen­sa­ci. Quan­to si è spa­ven­ta­ti in rela­zio­ne a un ogget­to, ciò varia da indi­vi­duo ad indi­vi­duo, ed anche con lo stes­so indi­vi­duo que­sto varia di momen­to in momen­to. Quin­di il modo in cui si spe­ri­men­ta la pau­ra in rela­zio­ne a un par­ti­co­la­re ogget­to di pau­ra que­st’an­no sarà diver­so dal­l’an­no scor­so, o que­sta set­ti­ma­na rispet­to alla scor­sa set­ti­ma­na, o que­sto pome­rig­gio rispet­to a que­sta mattina. 

Se rico­no­scia­mo la pro­fon­da sen­sa­zio­ne di vuo­to nel­le pro­fon­di­tà del nostro esse­re, che non può esse­re riem­pi­ta da alcun tipo di amo­re che rice­via­mo da altre per­so­ne o da qual­sia­si som­ma di dena­ro, vedia­mo che può esse­re riem­pi­ta solo dal­la ric­chez­za del­la nostra col­ti­va­zio­ne. spirituale.

Con la sta­bi­li­tà di sha­ma­tha e l’in­tui­zio­ne di vipa­shya­na, ini­zia­mo dav­ve­ro a vede­re l’in­ter­re­la­zio­ne tra la rispo­sta alla pau­ra e l’og­get­to del­la pau­ra. Da un pun­to di vista bud­di­sta, que­sto è mol­to signi­fi­ca­ti­vo. Com­pren­dia­mo che non abbia­mo due cose indi­pen­den­ti che si uni­sco­no: una che è temu­ta e una che è temu­ta. Quin­di ini­zia­mo a svi­lup­pa­re un cer­to apprez­za­men­to per ciò che vie­ne chia­ma­to sor­ge­re inter­di­pen­den­te; sog­get­to e ogget­to sor­go­no insie­me, il che ci dà una sen­sa­zio­ne di pote­re, di scel­ta rea­le, mol­to spa­zio in cui muo­ver­si e un’i­dea del­la sag­gez­za del Buddha.